Traduzione di Paragrafo 39, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Inter priorem dictaturam abdicatam novamque a Manlio initam ab tribunis velut per interregnum concilio plebis habito apparuit quae ex promulgatis plebi, quae latoribus gratiora essent. Nam de fenore atque agro rogationes iubebant, de plebeio consule antiquabant; et perfecta utraque res esset, ni tribuni se in omnia simul consulere plebem dixissent. P. Manlius deinde dictator rem in causam plebis inclinavit C. Licinio, qui tribunus militum fuerat, magistro equitum de plebe dicto. Id aegre patres passos accipio: dictatorem propinqua cognatione Licini se apud patres excusare solitum, simul negantem magistri equitum maius quam tribuni consularis imperium esse. Licinius Sextiusque, cum tribunorum plebi creandorum indicta comitia essent, ita se gerere ut negando iam sibi velle continuari honorem acerrime accenderent ad id quod dissimulando petebant plebem: nonum se annum iam velut in acie adversus optimates maximo privatim periculo, nullo publice emolumento stare. Consenuisse iam secum et rogationes promulgatas et vim omnem tribuniciae potestatis. Primo intercessione collegarum in leges suas pugnatum esse, deinde ablegatione iuventutis ad Veliternum bellum; postremo dictatorium fulmen in se intentatum. Iam nec collegas nec bellum nec dictatorem obstare, quippe qui etiam omen plebeio consuli magistro equitum ex plebe dicendo dederit: se ipsam plebem et commoda morari sua. Liberam urbem ac forum a creditoribus, liberos agros ab iniustis possessoribus extemplo, si velit, habere posse. Quae munera quando tandem satis grato animo aestimaturos, si inter accipiendas de suis commodis rogationes spem honoris latoribus earum incidant? Non esse modestiae populi Romani id postulare ut ipse fenore levetur et in agrum iniuria possessum a potentibus inducatur, per quos ea consecutus sit senes tribunicios non sine honore tantum sed etiam sine spe honoris relinquat. Proinde ipsi primum statuerent apud animos quid vellent; deinde comitiis tribuniciis declararent voluntatem. Si coniuncte ferre ab se promulgatas rogationes vellent, esse quod eosdem reficerent tribunos plebis; perlaturos enim quae promulgaverint: sin quod cuique privatim opus sit id modo accipi velint, opus esse nihil invidiosa continuatione honoris; nec se tribunatum nec illos ea quae promulgata sint habituros.

Traduzione all'italiano


Nell'intervallo tra la rinuncia alla prima dittatura e l'inizio di quella di Manlio, i tribuni - come se si fosse trattato di un interregno - convocarono un'assemblea del popolo che mise in luce immediatamente quali delle misure proposte risultavano più gradite alla plebe e quali ai promotori. Infatti le tribù avevano intenzione di approvare i disegni di legge relativi ai debiti e alla terra, e di respingere quello concernente l'elezione di un console plebeo. Ed entrambe le questioni si sarebbero risolte così, se i tribuni non avessero dichiarato di voler consultare la plebe sull'intero pacchetto di proposte. Quando poi Publio Manlio divenne dittatore, impose alla questione una piega favorevole alla plebe perché nominò maestro di cavalleria Gaio Licinio che era stato tribuno militare ed era di origine plebea. Questa nomina - a quanto ho trovato - disturbò i patrizi, ma il dittatore si scusava abitualmente presso di loro adducendo come pretesto la propria parentela con Licinio, e insieme affermando che il potere del maestro di cavalleria non era superiore a quello di un tribuno consolare. Licinio e Sestio, quando vennero bandite le elezioni per la nomina dei tribuni della plebe, pur dichiarando di non voler essere rieletti, si comportarono in modo da accendere fieramente la plebe a offrir loro ciò che essi fingevano di non volere. Dicevano che ormai da nove anni continuavano a essere come in prima linea contro i patrizi, con grossi rischi personali e scarsi vantaggi per la comunità. E insieme a loro erano ormai invecchiate sia le proposte presentate che l'intera forza d'urto del tribunato stesso. In un primo tempo ci si era serviti del veto dei colleghi contro quelle leggi, poi della relegazione dei giovani al fronte di Velletri: infine, erano stati essi stessi minacciati dai fulmini del dittatore. Ma adesso non costituivano più un ostacolo né i colleghi, né la guerra né il dittatore, perché quest'ultimo, nominando maestro di cavalleria un plebeo, aveva fornito un presagio augurale per l'elezione di un console plebeo. No, era la plebe che adesso ostacolava se stessa e i suoi interessi. Se solo il popolo avesse voluto, avrebbe potuto avere immediatamente la città e il foro liberi dai creditori e le terre libere da abusi di proprietà. Ma quando mai i plebei avrebbero apprezzato tutti questi servizi con sufficiente gratitudine, se nel momento in cui approvavano le proposte volte a tutelare i loro interessi toglievano ogni speranza di riconoscimenti politici agli uomini che ne erano stati i promotori? Non era in linea con il senso di equità del popolo romano chiedere di essere alleviato dai debiti e reinsediato nelle terre ingiustamente possedute dai nobili, lasciando che i tribuni, grazie ai quali essi avevano ottenuto quegli obiettivi, invecchiassero non soltanto senza onori ma anche senza la speranza di riceverli. Perciò cominciassero con lo stabilire con fermezza quali fossero i loro desideri e quindi li rendessero noti in occasione dell'elezione dei tribuni. Se volevano che i disegni di legge presentati dai tribuni venissero votati nella loro integralità, allora c'erano delle buone ragioni per rieleggerli tribuni della plebe (permettendo così loro di far approvare le proposte che avevano avanzato); se invece volevano veder accettati soltanto quei provvedimenti che favorivano gli interessi privati dei singoli, allora non c'era nessun motivo valido per prolungare un incarico così inviso. In tal caso, essi avrebbero fatto a meno del tribunato e il popolo delle riforme proposte.