Traduzione di Paragrafo 38, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Prius circumactus est annus quam a Velitris reducerentur legiones; ita suspensa de legibus res ad novos tribunos militum dilata; nam plebis tribunos eosdem, duos utique quia legum latores erant, plebes reficiebat. Tribuni militum creati T. Quinctius Ser. Cornelius Ser. Sulpicius Sp. Servilius L. Papirius L. Veturius. Principio statim anni ad ultimam dimicationem de legibus ventum; et cum tribus vocarentur nec intercessio collegarum latoribus obstaret, trepidi patres ad duo ultima auxilia, summum imperium summumque ad civem decurrunt. Dictatorem dici placet; dicitur M. Furius Camillus, qui magistrum equitum L. Aemilium cooptat. Legum quoque latores adversus tantum apparatum adversariorum et ipsi causam plebis ingentibus animis armant concilioque plebis indicto tribus ad suffragium vocant. Cum dictator, stipatus agmine patriciorum, plenus irae minarumque consedisset atque ageretur res solito primum certamine inter se tribunorum plebi ferentium legem intercedentiumque et, quanto iure potentior intercessio erat, tantum vinceretur favore legum ipsarum latorumque et 'uti rogas' primae tribus dicerent, tum Camillus 'quando quidem' inquit, 'Quirites, iam vos tribunicia libido, non potestas regit et intercessionem, secessione quondam plebis partam, vobis eadem vi facitis inritam qua peperistis, non rei publicae magis universae quam vestra causa dictator intercessioni adero eversumque vestrum auxilium imperio tutabor. Itaque si C. Licinius et L. Sextius intercessioni collegarum cedunt, nihil patricium magistratum inseram concilio plebis; si adversus intercessionem tamquam captae civitati leges imponere tendent, vim tribuniciam a se ipsa dissolvi non patiar.' adversus ea cum contemptim tribuni plebis rem nihilo segnius peragerent, tum percitus ira Camillus lictores qui de medio plebem emoverent misit et addidit minas, si pergerent, sacramento omnes iuniores adacturum exercitumque extemplo ex urbe educturum. Terrorem ingentem incusserat plebi: ducibus plebis accendit magis certamine animos quam minuit. Sed re neutro inclinata magistratu se abdicavit, seu quia vitio creatus erat, ut scripsere quidam, seu quia tribuni plebis tulerunt ad plebem idque plebs scivit, ut, si M. Furius pro dictatore quid egisset, quingentum milium ei multa esset; sed auspiciis magis quam novi exempli rogatione deterritum ut potius credam, cum ipsius viri facit ingenium, tum quod ei suffectus est extemplo P. Manlius dictator- quem quid creari attinebat ad id certamen quo M. Furius victus esset? - et quod eundem M. Furium dictatorem insequens annus habuit, haud sine pudore certe fractum priore anno in se imperium repetiturum; simul quod eo tempore quo promulgatum de multa eius traditur aut et huic rogationi, qua se in ordinem cogi videbat, obsistere potuit aut ne illas quidem propter quas et haec lata erat impedire; et quod usque ad memoriam nostram tribuniciis consularibusque certatum viribus est, dictaturae semper altius fastigium fuit.

Traduzione all'italiano


Passò un anno prima che le legioni venissero richiamate da Velletri. Di conseguenza la questione delle leggi rimasta in sospeso fu rimandata fino alla nomina di nuovi tribuni militari. Quanto poi ai tribuni della plebe, il popolo rieleggeva sempre gli stessi uomini, e in ogni caso i due che avevano presentato i disegni di legge. Tribuni militari vennero eletti Tito Quinzio, Servio Cornelio, Servio Sulpicio, Spurio Servilio, Lucio Papirio e Lucio Veturio. Nei primi giorni dell'anno si arrivò súbito a uno scontro decisivo sulla questione delle leggi. E dato che le tribù erano giù state chiamate a votare e il veto dei colleghi non ostacolava più i promotori delle leggi, i patrizi allarmati ricorsero ai due estremi rimedi: la più alta delle cariche e il cittadino al di sopra di ogni altro. Decisero di nominare un dittatore. La scelta cadde su Marco Furio Camillo, che scelse Lucio Emilio come maestro di cavalleria. In opposizione a questo atto di forza effettuato dagli avversari, anche gli stessi autori delle proposte sostennero la causa della plebe proteggendola con il loro grande coraggio, e dopo aver convocato un'assemblea della plebe chiamarono le tribù al voto. Quando il dittatore, scortato da un drappello di patrizi e carico di rabbia e minacce, prese posto, si incominciò la discussione con l'ormai abituale dibattito tra i tribuni che presentavano la legge e quelli che vi si opponevano esercitando il loro diritto di veto. E non ostante il veto valesse di più sul piano del diritto, esso stava soccombendo schiacciato dalla popolarità delle leggi e degli uomini che le avevano presentate, e le prime tribù chiamate al voto stavano dicendo: "come proponi". Allora Camillo disse: "O Quiriti, visto che adesso siete influenzati non dal potere dei tribuni ma dal loro sfrenato arbitrio e che vanificate il diritto di veto (conquistato in passato a séguito della secessione della plebe) con quella stessa violenza con la quale lo avete ottenuto, io, in qualità di dittatore, non tanto per l'interesse dello Stato quanto per il vostro bene, interverrò a favore del veto e tutelerò con la mia autorità questo sostegno che viene demolito. Perciò, se Gaio Licinio e Lucio Sestio si piegheranno al veto dei loro colleghi, non vi sarà la ben che minima intromissione di un magistrato patrizio all'interno di un'assemblea del popolo. Ma se invece tenteranno, calpestando il diritto di veto, di imporre le loro proposte come a un paese conquistato, io non permetterò che il potere tribunizio si distrugga con le sue stesse mani." Poiché i tribuni, a dispetto di questi avvertimenti, continuavano imperterriti a procedere nell'azione intrapresa, allora Camillo, colmo d'ira, mandò i suoi littori a disperdere la plebe, minacciando di far prestare giuramento a tutti i giovani in età militare e di condurre súbito l'esercito fuori di Roma, nel caso di ulteriori resistenze. I plebei si spaventarono moltissimo: ma nei loro capi il discorso di Camillo accrebbe lo spirito combattivo invece di spegnerlo. Tuttavia, prima ancora che la contesa avesse designato un vincitore tra le due parti in causa, Camillo rinunciò al proprio incarico, sia perché - come hanno scritto alcuni autori - la sua elezione non era stata regolare, sia perché i tribuni della plebe proposero e la plebe si disse d'accordo che, qualora Marco Furio avesse preso qualche iniziativa in qualità di dittatore, gli sarebbe stata inflitta un'ammenda di 500.000 assi. Che delle sue dimissioni siano responsabili gli auspici più che un provvedimento privo di precedenti, me lo fa credere sia la natura stessa dell'uomo, sia il fatto che Publio Manlio venne immediatamente nominato dittatore al suo posto (che vantaggi avrebbe infatti portato questa nomina in una lotta nella quale era uscito sconfitto Marco Furio?). Ma anche perché l'anno successivo era di nuovo dittatore lo stesso Marco Furio, per il quale sarebbe certamente stata una vergogna il riassumere una carica che si era infranta l'anno precedente nella sua persona. Senza contare che, nel periodo in cui, a quanto si dice, venne avanzata la proposta di infliggergli un'ammenda, Camillo avrebbe potuto opporsi a una rogazione che palesemente lo privava di ogni suo potere, oppure non sarebbe stato nemmeno in grado di impedire l'approvazione delle leggi in difesa delle quali era stato escogitato il provvedimento di ammenda. E poi, a nostra memoria, gli scontri sono sempre avvenuti tra potere tribunizio e autorità consolare, ma la dittatura ne è rimasta al di sopra.