Traduzione di Paragrafo 37, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Haec indigna miserandaque auditu cum apud timentes sibimet ipsos maiore audientium indignatione quam sua increpuissent, atqui nec agros occupandi modum nec fenore trucidandi plebem alium patribus unquam fore, adfirmabant, nisi alterum ex plebe consulem, custodem suae libertatis, [plebi] fecissent. Contemni iam tribunos plebis, quippe quae potestas iam suam ipsa vim frangat intercedendo. Non posse aequo iure agi ubi imperium penes illos, penes se auxilium tantum sit; nisi imperio communicato nunquam plebem in parte pari rei publicae fore. Nec esse quod quisquam satis putet, si plebeiorum ratio comitiis consularibus habeatur; nisi alterum consulem utique ex plebe fieri necesse sit, neminem fore. An iam memoria exisse, cum tribunos militum idcirco potius quam consules creari placuisset ut et plebeiis pateret summus honos, quattuor et quadraginta annis neminem ex plebe tribunum militum creatum esse? Qui crederent duobus nunc in locis sua voluntate impertituros plebi honorem, qui octona loca tribunis militum creandis occupare soliti sint, et ad consulatum viam fieri passuros, qui tribunatum saeptum tam diu habuerint? Lege obtinendum esse quod comitiis per gratiam nequeat, et seponendum extra certamen alterum consulatum ad quem plebi sit aditus, quoniam in certamine relictus praemium semper potentioris futurus sit. Nec iam posse dici id quod antea iactare soliti sint, non esse in plebeiis idoneos viros ad curules magistratus. Numqui enim socordius aut segnius rem publicam administrari post P. Licini Calvi tribunatum, qui primus ex plebe creatus sit, quam per eos annos gesta sit quibus praeter patricios nemo tribunus militum fuerit? Quin contra patricios aliquot damnatos post tribunatum, neminem plebeium. Quaestores quoque, sicut tribunos militum, paucis ante annis ex plebe coeptos creari nec ullius eorum populum Romanum paenituisse. Consulatum superesse plebeiis; eam esse arcem libertatis, id columen. Si eo perventum sit, tum populum Romanum vere exactos ex urbe reges et stabilem libertatem suam existimaturum; quippe ex illa die in plebem ventura omnia quibus patricii excellant, imperium atque honorem, gloriam belli, genus, nobilitatem, magna ipsis fruenda, maiora liberis relinquenda. Huius generis orationes ubi accipi videre, novam rogationem promulgant, ut pro duumviris sacris faciundis decemviri creentur ita ut pars ex plebe, pars ex patribus fiat; omniumque earum rogationum comitia in adventum eius exercitus differunt qui Velitras obsidebat.

Traduzione all'italiano


Dopo aver riprovato questi vergognosi e miserabili soprusi suscitando più indignazione in chi li ascoltava (preoccupato per la propria stessa sorte) di quanta non ne avessero provata loro parlando, affermavano che i patrizi non avrebbero mai smesso di appropriarsi della terra e di taglieggiare il popolo con l'usura, se la plebe non nominava un console plebeo, che ne tutelasse la libertà. Ormai i tribuni erano disprezzati perché con l'arma del veto indebolivano da sé medesimi il proprio potere. Non si poteva parlare di uguali diritti là dove gli altri detenevano il potere, mentre loro stessi avevano a disposizione soltanto la facoltà di opporsi. Fino a quando la plebe non prendeva parte al governo, non avrebbe mai goduto di alcun peso nella vita politica. E nessuno poteva ritenere sufficiente il fatto che i plebei fossero ammessi come candidati nelle elezioni consolari: nessuno di essi avrebbe mai ottenuto la nomina fino a quando non fosse stato stabilito per legge che uno dei due consoli dovesse comunque essere plebeo. O forse si erano già dimenticati che la nomina dei tribuni militari in luogo dei consoli era stata decisa proprio perché fosse accessibile anche ai plebei la più alta carica del paese, ma che per quarantaquattro anni nessun plebeo era mai stato eletto tribuno militare? Come potevano credere che, con due posti a disposizione, i patrizi avrebbero ora accettato volentieri di condividere quella carica con la plebe, quando, all'atto di eleggere i tribuni militari, essi avevano abitualmente preteso otto posti per volta? Come potevano credere che i patrizi avrebbero loro concesso via libera al consolato, quando avevano bloccato per così tanto tempo la strada del tribunato? Bisognava ottenere con la legge quello che non era possibile raggiungere nelle elezioni solo grazie al favore, e metter fuori discussione che una delle due cariche consolari venisse destinata alla plebe (perché, lasciandola nella competizione, avrebbe continuato a essere appannaggio del più potente). Né ormai si poteva più sostenere - come in passato i patrizi avevano avuto l'abitudine di fare - che tra i plebei non ci fossero uomini degni delle magistrature curuli. Forse che la gestione dello stato era stata più fiacca e trascurata dopo il tribunato di Publio Licinio Calvo (primo plebeo ad aver ottenuto quell'incarico), di quanto non fosse stata in tutti quegli anni nei quali tribuni militari erano stati soltanto dei patrizi? Invece ad avere riportato condanne dopo il tribunato erano stati parecchi patrizi, ma nemmeno un plebeo. Come i tribuni militari, anche i questori si era iniziato non molti anni prima a eleggerli tra i plebei, e di nessuno di essi il popolo romano si era dovuto pentire. Ai plebei mancava unicamente il consolato: ed era questa carica che rappresentava il baluardo della libertà, il suo sostegno. Se essi avessero raggiunto quell'obiettivo, solo allora il popolo romano avrebbe potuto convincersi di aver cacciato i re da Roma e trovato un sicuro fondamento per la propria libertà. Perché da quel giorno anche alla plebe sarebbero toccati tutti i vantaggi per cui ora i patrizi eccellevano: il potere e gli onori, la gloria in campo militare, il lignaggio della stirpe, beni grandi di cui beneficiare di persona, ma ancora più grandi da trasmettere ai propri figli. Rendendosi conto che discorsi di questo tenore venivano accolti con grande favore, essi presentarono una nuova proposta di legge, in base alla quale al posto dei duumviri responsabili dei riti sacri si sarebbero dovuti eleggere dei decemviri dei quali metà fossero plebei e metà patrizi. Il voto relativo a tutte queste proposte di legge venne però rimandato fino al ritorno dell'esercito impegnato nell'assedio di Velletri.