Traduzione di Paragrafo 33, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Seditio tum inter Antiates Latinosque coorta, cum Antiates victi malis subactique bello in quo et nati erant et consenuerant deditionem spectarent, Latinos ex diutina pace nova defectio recentibus adhuc animis ferociores ad perseverandum in bello faceret. Finis certaminis fuit postquam utrisque apparuit nihil per alteros stare quo minus incepta persequerentur. Latini profecti, ab societate pacis, ut rebantur, inhonestae sese vindicaverunt; Antiates incommodis arbitris salutarium consiliorum remotis urbem agrosque Romanis dedunt. Ira et rabies Latinorum, quia nec Romanos bello laedere nec Volscos in armis retinere potuerant, eo erupit ut Satricum urbem, quae receptaculum primum eis adversae pugnae fuerat, igni concremarent. Nec aliud tectum eius superfuit urbis, cum faces pariter sacris profanisque inicerent, quam Matris Matutae templum; inde eos nec sua religio nec verecundia deum arcuisse dicitur sed vox horrenda edita templo cum tristibus minis ni nefandos ignes procul delubris amovissent. Incensos ea rabie impetus Tusculum tulit ob iram, quod deserto communi concilio Latinorum non in societatem modo Romanam sed etiam in civitatem se dedissent. Patentibus portis cum improviso incidissent, primo clamore oppidum praeter arcem captum est. In arcem oppidani refugere cum coniugibus ac liberis nuntiosque Romam, qui certiorem de suo casu senatum facerent, misere. Haud segnius quam fide populi Romani dignum fuit exercitus Tusculum ductus; L. Quinctius et Ser. Sulpicius tribuni militum duxere. Clausas portas Tusculi Latinosque simul obsidentium atque obsessorum animo hinc moenia [Tusculi] tueri vident, illinc arcem oppugnare, terrere una ac pavere. Adventus Romanorum mutaverat utriusque partis animos: Tusculanos ex ingenti metu in summam alacritatem, Latinos ex prope certa fiducia mox capiendae arcis, quoniam oppido potirentur, in exiguam de se ipsis spem verterat. Tollitur ex arce clamor ab Tusculanis; excipit aliquanto maior ab exercitu Romano. Utrimque urgentur Latini: nec impetus Tusculanorum decurrentium ex superiore loco sustinent nec Romanos subeuntes moenia molientesque obices portarum arcere possunt. Scalis prius moenia capta, inde effracta claustra portarum; et cum anceps hostis et a fronte et a tergo urgeret nec ad pugnam ulla vis nec ad fugam loci quicquam superesset, in medio caesi ad unum omnes. Reciperato ab hostibus Tusculo exercitus Romam est reductus.

Traduzione all'italiano


Allora tra Anziati e Latini sorse una contesa, perché i primi, schiacciati dalle proprie disgrazie e logorati da una guerra che li aveva visti nascere e invecchiare, aspiravano alla resa, mentre i secondi, ribellatisi di recente dopo un lungo periodo di pace e interiormente ancora pieni di energie, erano quanto mai decisi a continuare la guerra con accanimento. La contesa terminò quando entrambe le parti si resero conto che nessuna delle due parti poteva impedire in alcun modo all'altra di attuare le proprie decisioni. I Latini se ne andarono, evitando di partecipare a quella che consideravano una pace vergognosa. Gli Anziati, invece, una volta liberati da scomodi arbitri dei loro salutari progetti, consegnarono la città e le campagne ai Romani. La rabbia e il risentimento dei Latini, che non erano riusciti né a danneggiare i Romani con la guerra né a convincere i Volsci a restare in armi, esplosero con tale violenza da dare alle fiamme Satrico, la città che era stata il loro primo rifugio dopo la sconfitta. Siccome lanciarono le loro torce incendiarie senza distinzione alcuna tanto sugli edifici profani quanto su quelli sacri, la sola costruzione di Satrico che rimase in piedi fu il tempio della Madre Matuta. Stando alla leggenda, ciò che li tenne lontani da questo edificio non fu né lo scrupolo religioso né la reverenza nei confronti degli dèi, ma una voce spaventosa uscita dal tempio che li minacciava di funeste conseguenze, nel caso in cui non avessero tenuto il fuoco sacrilego a debita distanza dal santuario. Accesi da quella feroce rabbia, i Latini rivolsero la propria furia contro Tuscolo e i suoi abitanti, perché dopo aver abbandonato la comune unione dei Latini, avevano accettato non solo di essere alleati, ma anche cittadini di Roma. Trattandosi di un attacco del tutto imprevisto, le porte erano aperte e così, al primo urlo di battaglia, la città venne conquistata interamente, tranne la rocca. Lì si andarono a rifugiare i cittadini con mogli e figli e di lì inviarono a Roma dei messaggeri per informare il senato della loro situazione. Con una tempestività degna della lealtà del popolo romano, venne inviato a Tuscolo un esercito agli ordini dei tribuni militari Lucio Quinzio e Servio Sulpicio. Essi trovarono le porte di Tuscolo chiuse e i Latini contemporaneamente nello stato d'animo sia di assediati che di assedianti: da un lato proteggevano le mura della città, dall'altro ne assediavano la rocca, e insieme minacciavano e temevano. L'arrivo dei Romani aveva modificato l'umore di entrambe le parti: i Tuscolani erano passati dalla disperazione più totale al culmine della gioia, i Latini, dalla certezza quasi assoluta di prender presto la rocca, in quanto si erano già impadroniti della città, a una ben scarsa speranza di salvare se stessi. Dalla rocca i Tuscolani alzarono un grido di guerra cui fece eco uno ancora più forte da parte dell'esercito romano. Pressati da entrambe le parti, i Latini non riuscirono né a sostenere la carica dei Tuscolani che si abbatterono su di loro calando dall'alto della rocca, né a resistere ai Romani che stavano invece scalando le mura e cercando di sfondare le porte sbarrate. Prima furono prese le mura, con l'ausilio di scale. Poi furono spezzate le sbarre delle porte. Siccome i Latini erano pressati sia alle spalle che di fronte e non avevano più forza per combattere né spazio per darsi alla fuga, vennero presi nel mezzo e massacrati dal primo all'ultimo. Dopo aver strappato Tuscolo al nemico, l'esercito venne ricondotto a Roma.