Traduzione di Paragrafo 32, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Parvo intervallo ad respirandum debitoribus dato, postquam quietae res ab hostibus erant, celebrari de integro iuris dictio et tantum abesse spes veteris levandi fenoris, ut tributo novum fenus contraheretur in murum a censoribus locatum saxo quadrato faciundum; cui succumbere oneri coacta plebes, quia quem dilectum impedirent non habebant tribuni plebis. Tribunos etiam militares patricios omnes coacta principum opibus fecit, L. Aemilium P. Valerium quartum C. Veturium Ser. Sulpicium L. Et C. Quinctios Cincinnatos. Iisdem opibus obtinuere ut adversus Latinos Volscosque, qui coniunctis legionibus ad Satricum castra habebant, nullo impediente omnibus iunioribus sacramento adactis tres exercitus scriberent: unum ad praesidium urbis: alterum qui, si qui alibi motus exstitisset, ad subita belli mitti posset: tertium longe validissimum P. Valerius et L. Aemilius ad Satricum duxere. Ubi cum aciem instructam hostium loco aequo invenissent, extemplo pugnatum; et ut nondum satis claram victoriam, sic prosperae spei pugnam imber ingentibus procellis fusus diremit. Postero die iterata pugna; et aliquamdiu aequa virtute fortunaque Latinae maxime legiones longa societate militiam Romanam edoctae restabant. Sed eques immissus ordines turbavit; turbatis signa peditum inlata, quantumque Romana se invexit acies, tantum hostes gradu demoti; et ut semel inclinavit pugna, iam intolerabilis Romana vis erat. Fusi hostes cum Satricum, quod duo milia inde aberat, non castra peterent, ab equite maxime caesi: castra capta direptaque. Ab Satrico nocte quae proelio proxima fuit, fugae simili agmine petunt Antium; et cum Romanus exercitus prope vestigiis sequeretur, plus tamen timor quam ira celeritatis habuit. Prius itaque moenia intravere hostes quam Romanus extrema agminis carpere aut morari posset. Inde aliquot dies vastando agro absumpti nec Romanis satis instructis apparatu bellico ad moenia adgredienda nec illis ad subeundum pugnae casum.

Traduzione all'italiano


Ai debitori era stato dato un po' di tempo per tirare il fiato. Ma non appena cessarono le ostilità, i tribunali cominciarono di nuovo a funzionare a pieno ritmo, e la speranza di essere alleggeriti dai vecchi debiti era così lontana che se ne dovettero contrarre di nuovi per pagare una tassa imposta per la costruzione di un muro di blocchi squadrati, opera appaltata dai censori. La plebe fu costretta a piegarsi a questo onere fiscale perché i tribuni non avevano alcuna leva militare da ostacolare. I nobili, grazie ai loro potenti mezzi, riuscirono a costringere il popolo a eleggere tribuni militari tutti patrizi. I loro nomi erano: Lucio Emilio, Publio Valerio (eletto per la quarta volta), Gaio Veturio, Servio Sulpicio, Lucio e Gaio Quinzio Cincinnato. Sempre grazie ai loro mezzi, i patrizi riuscirono - senza che nessuno si opponesse - a far prestare giuramento a tutti i giovani in età militare e ad arruolare così tre eserciti da opporre a Latini e Volsci che avevano unito le proprie truppe e si erano accampati nei pressi di Satrico. Un esercito era destinato alla difesa della città. Il secondo doveva tenersi pronto per ogni improvvisa emergenza di guerra, nel caso si fossero verificati da qualche parte dei movimenti ostili. Il terzo, che era di gran lunga il più forte, fu fatto marciare alla volta di Satrico agli ordini di Publio Valerio e di Lucio Emilio. Avendo lì trovato il nemico schierato a battaglia in un luogo pianeggiante, si venne súbito alle armi. E anche se la vittoria non era ancora sicura, ciò non ostante lo scontro faceva nutrire buone speranze, quando venne interrotto da violenti scrosci di pioggia scatenatisi a séguito di un grosso temporale. Venne ripreso il giorno dopo e per qualche tempo soprattutto le legioni latine, abituate dalla lunga alleanza alla tecnica militare romana, riuscirono a resistere con pari coraggio e fortuna. Ma l'arrivo della cavalleria gettò lo scompiglio tra le file nemiche, e nel pieno del disordine ci fu l'attacco della fanteria. Non appena le sorti della lotta volsero in loro favore, l'impeto dei Romani divenne insostenibile. I nemici, una volta sbaragliati, invece di ritirarsi nell'accampamento, cercarono di raggiungere Satrico, che distava due miglia da quel punto, e vennero massacrati soprattutto dai cavalieri. Il loro accampamento fu preso e saccheggiato. Nel corso della notte successiva alla battaglia, i nemici raggiunsero Anzio da Satrico con una marcia che assomigliava molto a una fuga. E non ostante l'esercito romano seguisse da vicino le loro tracce, la paura dimostrò di essere più veloce dell'ira. Così i nemici riuscirono a entrare all'interno delle mura prima che i Romani potessero agganciare o bloccare la loro retroguardia. Alcuni giorni furono poi dedicati al saccheggio delle campagne dei dintorni, perché i Romani non erano sufficientemente equipaggiati per attaccare le mura e i nemici per affrontare il rischio di una battaglia.