Traduzione di Paragrafo 3, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Cum in ea parte in qua caput rei Romanae Camillus erat ea fortuna esset, aliam in partem terror ingens ingruerat: Etruria prope omnis armata Sutrium, socios populi Romani, obsidebat; quorum legati opem rebus adfectis orantes cum senatum adissent, decretum tulere ut dictator primo quoque tempore auxilium Sutrinis ferret. Cuius spei moram cum pati fortuna obsessorum non potuisset confectaque paucitas oppidanorum opere, vigiliis, volneribus, quae semper eosdem urgebant, per pactionem urbe hostibus tradita inermis cum singulis emissa vestimentis miserabili agmine penates relinqueret, eo forte tempore Camillus cum exercitu Romano intervenit. Cui cum se maesta turba ad pedes provolvisset principumque orationem necessitate ultima expressam fletus mulierum ac puerorum qui exsilii comites trahebantur excepisset, parcere lamentis Sutrinos iussit: Etruscis se luctum lacrimasque ferre. Sarcinas inde deponi Sutrinosque ibi considere modico praesidio relicto, arma secum militem ferre iubet. Ita expedito exercitu profectus ad Sutrium, id quod rebatur, soluta omnia rebus, ut fit, secundis invenit, nullam stationem ante moenia, patentes portas, victorem vagum praedam ex hostium tectis egerentem. Iterum igitur eodem die Sutrium capitur; victores Etrusci passim trucidantur ab novo hoste, neque se conglobandi coeundique in unum aut arma capiundi datur spatium. Cum pro se quisque tenderent ad portas, si qua forte se in agros eicere possent, clausas - id enim primum dictator imperaverat - portas inveniunt. Inde alii arma capere, alii, quos forte armatos tumultus occupaverat, convocare suos ut proelium inirent; quod accensum ab desperatione hostium fuisset, ni praecones per urbem dimissi poni arma et parci inermi iussissent nec praeter armatos quemquam violari. Tum etiam quibus animi in spe ultima obstinati ad decertandum fuerant, postquam data spes vitae est, iactare passim arma inermesque, quod tutius fortuna fecerat, se hosti offerre. Magna multitudo in custodias divisa; oppidum ante noctem redditum Sutrinis inviolatum integrumque ab omni clade belli, quia non vi captum sed traditum per condiciones fuerat.

Traduzione all'italiano


Mentre le cose andavano più che bene in quel settore dove c'era Camillo, pilastro dello Stato romano, un altro settore era minacciato da un grosso pericolo. Quasi l'intera Etruria in armi assediava Sutri, città alleata del popolo romano. Ambasciatori di Sutri si erano presentati di fronte al senato con la richiesta d'aiuto in un momento tanto critico, e si era decretato che il dittatore intervenisse al più presto in loro soccorso. Ma gli assediati versavano in tali condizioni da non poter attendere che questa speranza si realizzasse e i pochi difensori erano ormai esausti per la fatica, per i turni di guardia e per le ferite che toccavano sempre agli stessi uomini; così, patteggiata la resa, avevano consegnato la città ai nemici, e stavano abbandonando disarmati le loro case in una colonna straziante ciascuno con il solo vestito che indossava. Proprio in quel momento, per puro caso arrivò Camillo con l'esercito romano. Quella triste massa di profughi gli si gettò ai piedi e i personaggi più influenti della città gli rivolsero parole di supplica dettate dall'amara necessità e accompagnate dal pianto delle donne e dei bambini che essi si trascinavano dietro come compagni del proprio esilio, Camillo ordinò ai Sutrini di smettere di lamentarsi, dicendo che erano gli Etruschi quelli a cui egli era venuto a portare lacrime e lutti. Ordinò ai suoi di deporre i bagagli, ai Sutrini di fermarsi lì, sotto la protezione di un modesto presidio, alle proprie truppe di portare con sé le sole armi. Così, con l'esercito libero da impacci, partì alla volta di Sutri dove trovò ciò che aveva supposto e cioè tutto incustodito, come di solito accade dopo un successo: nessun uomo di guardia davanti alle mura, le porte aperte, e i vincitori dispersi alla caccia di bottino nelle case. Pertanto Sutri venne presa per la seconda volta nel corso di quello stesso giorno. Gli Etruschi vincitori vennero trucidati qua e là dal nuovo nemico, senza che venisse loro dato il tempo di inquadrarsi e di raccogliere le forze o di prendere le armi. Quando tentarono, ciascuno per conto proprio, di raggiungere le porte per vedere se mai riuscissero a fuggire per i campi, le trovarono sbarrate (era stato quello il primo ordine di Camillo). Così alcuni afferrarono le armi, mentre altri, casualmente sorpresi dall'attacco improvviso con ancora le armi addosso, cercarono di chiamare a raccolta i propri compagni per combattere. E lo scontro sarebbe stato anche accanito vista la disperazione dei nemici, se degli araldi inviati in giro per la città non avessero ingiunto di deporre le armi e di risparmiare quelli che erano disarmati: nessuno, salvo quelli con le armi addosso, doveva subire alcuna violenza. E allora, anche quanti avevano deciso come estrema prospettiva di lottare sino alla morte, ora che veniva loro offerta la speranza di salvarsi la vita, buttarono le armi dove capitava e si presentavano disarmati al nemico (perché la sorte volle fosse questa la soluzione meno pericolosa). Una grande quantità di prigionieri venne distribuita tra i diversi posti di guardia. Prima del calar della notte la città venne restituita ai Sutrini, intatta e del tutto priva di tracce di guerra, perché non era stata presa con la forza ma aveva capitolato.