Traduzione di Paragrafo 28, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Nam cum esset Praenestinis nuntiatum nullum exercitum conscriptum Romae, nullum ducem certum esse, patres ac plebem in semet ipsos versos, occasionem rati duces eorum raptim agmine facto, pervastatis protinus agris ad portam Collinam signa intulere. Ingens in urbe trepidatio fuit. Conclamatum 'ad arma', concursumque in muros adque portas est; tandemque ab seditione ad bellum versi dictatorem T. Quinctium Cincinnatum creavere. Is magistrum equitum A. Sempronium Atratinum dixit. Quod ubi auditum est - tantus eius magistratus terror erat - simul hostes a moenibus recessere et iuniores Romani ad edictum sine retractatione convenere. Dum conscribitur Romae exercitus, castra interim hostium haud procul Allia flumine posita; inde agrum late populantes, fatalem se urbi Romanae locum cepisse inter se iactabant; similem pavorem inde ac fugam fore ac bello Gallico fuerit; etenim si diem contactum religione insignemque nomine eius loci timeant Romani, quanto magis Alliensi die Alliam ipsam, monumentum tantae cladis, reformidaturos? Species profecto iis ibi truces Gallorum sonumque vocis in oculis atque auribus fore. Has inanium rerum inanes ipsas voluentes cogitationes fortunae loci delegaverant spes suas. Romani contra, ubicumque esset Latinus hostis, satis scire eum esse quem ad Regillum lacum devictum centum annorum pace obnoxia tenuerint: locum insignem memoria cladis inritaturum se potius ad delendam memoriam dedecoris quam ut timorem faciat, ne qua terra sit nefasta victoriae suae; quin ipsi sibi Galli si offerantur illo loco, se ita pugnaturos ut Romae pugnaverint in repetenda patria ut postero die ad Gabios, tunc cum effecerint ne quis hostis qui moenia Romana intrasset nuntium secundae adversaeque fortunae domum perferret.

Traduzione all'italiano


Non appena i Prenestini vennero informati che a Roma non era stato arruolato alcun esercito, che non era stato designato un comandante e che patrizi e plebei erano in lotta gli uni contro gli altri, i loro capi ne dedussero che si trattava dell'occasione buona e, dopo aver messo rapidamente in movimento le truppe, devastarono le campagne incontrate durante la marcia di avvicinamento e avanzarono fino alla porta Collina. Grande fu il panico in città. Venne dato l'allarme e si corse verso le mura e le porte. Poi, passati finalmente dai disordini interni ad occuparsi della guerra, elessero dittatore Tito Quinzio Cincinnato, che scelse come maestro di cavalleria Aulo Sempronio Atratino. Appena la notizia si diffuse - tanto era il terrore che questa magistratura riusciva a incutere -, immediatamente i nemici si allontanarono dalle mura e i giovani romani in età militare risposero alla leva senza più opporre resistenza. Mentre a Roma veniva arruolato l'esercito, i nemici si andarono ad accampare non lontano dal fiume Allia. Da quel punto saccheggiando in lungo e in largo le campagne dei dintorni, si vantavano fra di loro di aver occupato una posizione fatale alla città di Roma: a loro detta lì ci sarebbe stata un'altra rotta spaventosa, simile a quella verificatasi durante la guerra contro i Galli. Se infatti i Romani temevano quel giorno maledetto e reso celebre dal nome della località, quanto più del giorno Alliense avrebbero essi temuto l'Allia stesso, che era il ricordo tangibile di una così grande disfatta? Erano sicuri che in quel luogo i Romani si sarebbero visti davanti agli occhi i volti truci dei Galli e ne avrebbero riudito le urla con le orecchie. A forza di perdersi in queste vacue riflessioni su vacui argomenti, i Prenestini avevano riposto ogni loro speranza nella fortuna del luogo. I Romani al contrario avevano l'assoluta certezza che, dovunque si trovasse il nemico latino, si trattava pur sempre di quello stesso nemico battuto presso il lago Regillo e costretto a una disonorevole pace per un periodo di cent'anni. Un luogo la cui fama era legata al ricordo di una disfatta li avrebbe stimolati a cancellare la memoria di quella vergogna, piuttosto che a temere l'esistenza di un qualche infausto terreno che negava la vittoria ai Romani. Non c'erano dubbi: se anche i Galli stessi si fossero presentati lì, avrebbero combattuto come quando avevano combattuto a Roma per riconquistare la patria o come il giorno successivo a Gabi, quando avevano fatto in modo che nessun nemico entrato all'interno delle mura di Roma potesse riportare in patria la notizia della buona e della cattiva sorte.