Traduzione di Paragrafo 27, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Camillus, consilio et virtute in Volsco bello, felicitate in Tusculana expeditione, utrobique singulari adversus collegam patientia et moderatione insignis, magistratu abiit creatis tribunis militaribus in insequentem annum L. Et P. Valeriis - Lucio quintum, Publio tertium - [et] C. Sergio tertium Licinio~ Menenio iterum P. Papirio Ser. Cornelio Maluginense. Censoribus quoque eguit annus, maxime propter incertam famam aeris alieni, adgravantibus summam etiam invidiae eius tribunis plebis, cum ab iis elevaretur quibus fide magis quam fortuna debentium laborare creditum videri expediebat. Creati censores C. Sulpicius Camerinus Sp. Postumius Regillensis, coeptaque iam res morte Postumi, quia collegam suffici censori religio erat, interpellata est. Igitur cum Sulpicius abdicasset se magistratu, censores alii vitio creati non gesserunt magistratum; tertios creari velut dis non accipientibus in eum annum censuram religiosum fuit. Eam vero ludificationem plebis tribuni ferendam negabant: fugere senatum testes tabulas publicas census cuiusque, quia nolint conspici summam aeris alieni, quae indicatura sit demersam partem a parte civitatis, cum interim obaeratam plebem obiectari aliis atque aliis hostibus; passim iam sine ullo discrimine bella quaeri: ab Antio Satricum, ab Satrico Velitras, inde Tusculum legiones ductas; Latinis Hernicis Praenestinis iam intentari arma civium magis quam hostium odio, ut in armis terant plebem nec respirare in urbe aut per otium libertatis meminisse sinant aut consistere in contione, ubi aliquando audiant vocem tribuniciam de levando fenore et finem aliarum iniuriarum agentem. Quod si sit animus plebi memor patrum libertatis, se nec addici quemquam civem Romanum ob creditam pecuniam passuros neque dilectum haberi, donec inspecto aere alieno initaque ratione minuendi eius sciat unus quisque quid sui, quid alieni sit, supersit sibi liberum corpus an id quoque nervo debeatur. Merces seditionis proposita confestim seditionem excitavit. Nam et addicebantur multi, et ad Praenestini famam belli novas legiones scribendas patres censuerant; quae utraque simul auxilio tribunicio et consensu plebis impediri coepta; nam neque duci addictos tribuni sinebant neque iuniores nomina dabant. Cum patribus minor [in] praesens cura creditae pecuniae iuris exsequendi quam dilectus esset - quippe iam a Praeneste profectos hostes in agro Gabino consedisse nuntiabatur - interim tribunos plebis fama ea ipsa inritaverat magis ad susceptum certamen quam deterruerat neque aliud ad seditionem exstinguendam in urbe quam prope inlatum moenibus ipsis bellum valuit.

Traduzione all'italiano


Camillo, copertosi di gloria sia per il coraggio e il senno dimostrati nella guerra contro i Volsci nonché il fortunato esito della spedizione contro Tuscolo, sia per l'indulgenza e la moderazione avute nei confronti del collega in entrambe le occasioni, abbandonò la propria carica quando vennero eletti tribuni militari per l'anno successivo Lucio e Publio Valerio (il primo per la quinta e il secondo per la terza volta), Gneo Sergio (per la terza volta), Licinio Menenio, Publio Papirio e Servio Cornelio Maluginense. Quell'anno si rese anche necessaria l'opera dei censori, soprattutto sulla base di incerte voci circolanti sull'entità dei debiti, con i tribuni della plebe che esageravano per accrescere il malcontento, mentre la sminuiva chi aveva interesse a far sembrare la concessione di prestiti messa in pericolo più dalla scarsa affidabilità dei debitori che dalla loro indigenza. Vennero eletti censori Gaio Sulpicio Camerino e Spurio Postumio Regillense, ma il censimento già iniziato venne interrotto per la morte di Postumio, perché gli scrupoli religiosi vietavano di nominare un collega in sostituzione. Così, avendo Sulpicio rinunziato alla carica, vennero eletti dei nuovi censori, ma essendoci un vizio nell'elezione, non entrarono in funzione. Gli scrupoli religiosi, fondati sulla convinzione che gli dèi non volessero la censura per quell'anno, impedirono una terza elezione. Ma i tribuni della plebe sostenevano di non poter tollerare che li si prendesse in giro in quella maniera. A loro detta, il senato voleva evitare che le tavole esposte in pubblico documentassero il censo individuale, per impedire così che si venisse a conoscenza dell'ammontare del debito, cosa questa destinata a dimostrare come metà del paese fosse stata affossata dall'altra metà, mentre la plebe oberata dai debiti veniva nel frattempo mandata allo sbaraglio contro un nemico dopo l'altro. Ormai non c'era più alcun limite nel ricercare focolai di guerra dappertutto: da Anzio le legioni erano state condotte a Satrico, da Satrico a Velletri e di lì a Tuscolo. Adesso minacciavano di guerra i Latini, gli Ernici e i Prenestini più per odio verso i cittadini romani che verso i nemici, nell'intento di logorare i plebei con campagne militari impedendo loro di tirare il fiato in città o di pensare con calma alla libertà, o ancora di partecipare alle assemblee popolari, dove ogni tanto potessero sentire la voce dei tribuni che reclamavano l'abolizione dell'usura e la fine delle altre ingiustizie perpetrate nei loro confronti. Ma se i plebei fossero stati in grado di ricordarsi della libertà dei padri, non avrebbero permesso che alcun cittadino romano fosse aggiudicato come schiavo per motivi di denaro preso in prestito, né che venissero organizzate leve militari fino a quando, accertato l'importo dei debiti e adottato qualche criterio per diminuirlo, ciascuno non sapesse cosa apparteneva a lui e cosa agli altri, e se la sua persona era ancora libera o se anche essa risultava destinata al carcere. Il premio proposto per i disordini li fece scoppiare immediatamente. Infatti, mentre erano molti i debitori assegnati come schiavi, e mentre i senatori avevano votato l'arruolamento di nuove legioni sulla base di voci circa una guerra da parte di Preneste, si cercò di ostacolare contemporaneamente questi due provvedimenti con l'aiuto dei tribuni e il consenso della plebe: i tribuni infatti non permettevano che i debitori insolventi venissero trascinati via, e i più giovani non andavano a arruolarsi. Anche se i senatori si preoccupavano per il momento meno di far valere la legge sul debito che non della leva militare - e non a torto, visto che stando alle notizie pervenute i nemici erano già partiti da Preneste e si erano accampati nel territorio di Gabi -, questa stessa voce era stata per i tribuni della plebe più un incentivo per la lotta intrapresa che un vero deterrente; perché i disordini scoppiati in città si placassero fu necessario che la guerra arrivasse a pochi passi dalle mura stesse di Roma.