Traduzione di Paragrafo 21, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Pestilentiam inopia frugum et volgatam utriusque mali famam anno insequente multiplex bellum excepit, L. Valerio quartum A. Manlio tertium Ser. Sulpicio tertium L. Lucretio L. Aemilio tertium M. Trebonio tribunis militum consulari potestate. Hostes novi praeter Volscos, velut sorte quadam prope in aeternum exercendo Romano militi datos, Circeiosque et Velitras colonias, iam diu molientes defectionem, et suspectum Latium Lanuvini etiam, quae fidelissima urbs fuerat, subito exorti. Id patres rati contemptu accidere, quod Veliternis civibus suis tam diu impunita defectio esset, decreverunt ut primo quoque tempore ad populum ferretur de bello eis indicendo. Ad quam militiam quo paratior plebes esset, quinqueviros Pomptino agro dividendo et triumviros Nepete coloniae deducendae creaverunt. Tum, ut bellum iuberent, latum ad populum est et nequiquam dissuadentibus tribunis plebis omnes tribus bellum iusserunt. Apparatum eo anno bellum est, exercitus propter pestilentiam non eductus, eaque cunctatio colonis spatium dederat deprecandi senatum; et magna hominum pars eo ut legatio supplex Romam mitteretur inclinabat, ni privato, ut fit, periculo publicum implicitum esset auctoresque defectionis ab Romanis metu, ne soli crimini subiecti piacula irae Romanorum dederentur, avertissent colonias a consiliis pacis. Neque in senatu solum per eos legatio impedita est sed magna pars plebis incitata ut praedatum in agrum Romanum exirent. Haec nova iniuria exturbavit omnem spem pacis. De Praenestinorum quoque defectione eo anno primum fama exorta; arguentibusque eos Tusculanis et Gabinis et Labicanis, quorum in fines incursatum erat, ita placide ab senatu responsum est ut minus credi de criminibus, quia nollent ea vera esse, appareret.

Traduzione all'italiano


Alla pestilenza tenne dietro una carestia di frumento e - quando, nel corso dell'anno successivo, si diffuse la notizia delle due calamità abbattutesi su Roma - scoppiò una serie di guerre. I tribuni militari con potere consolare erano Lucio Valerio (per la quarta volta), Aulo Manlio, Servio Sulpicio, Lucio Emilio (tutti e tre per la terza volta), Lucio Lucrezio e Marco Trebonio. Fatta eccezione per i Volsci, che parevano destinati dalla sorte a tenere in costante attività l'esercito romano, oltre le colonie di Circei e di Velletri che stavano ormai da tempo meditando la ribellione, e il Lazio di cui si sospettava, si levarono all'improvviso come nemici i Lanuvini, che fino a quel momento avevano dato prove di assoluta fedeltà. Ritenendo che il motivo di questo comportamento fosse il disprezzo (dovuto al fatto che il tradimento dei loro concittadini di Velletri era rimasto tanto a lungo impunito), i senatori decisero di presentare di fronte al popolo, alla prima occasione possibile, la proposta di dichiarare guerra a Lanuvio. Perché la plebe fosse meglio disposta nei confronti di questa campagna, essi affidarono a cinque commissari il compito di dividere l'agro Pontino e ad altri tre quello di fondare una colonia a Nepi. Poi venne chiesto al popolo di dichiarare la guerra e fu vana l'opposizione da parte dei tribuni: tutte le tribù votarono a favore. La guerra venne preparata nel corso di quell'anno, ma a causa della pestilenza le truppe non lasciarono Roma. Questo ritardo avrebbe così concesso ai coloni l'opportunità di supplicare il senato di desistere. Buona parte di essi era favorevole all'invio di una delegazione a Roma con il compito di implorare il perdono del senato: ma, come succede di solito, il pericolo cui erano esposti pochi, personalmente, coinvolse la comunità: i responsabili della rivolta - spaventati all'idea di risultare gli unici colpevoli e di venir consegnati come capro espiatorio all'ira dei Romani - convinsero i coloni ad abbandonare il progetto di pace. E non si limitarono esclusivamente ad opporsi nel loro senato all'idea della delegazione, ma incitarono buona parte del popolo a uscire dalla città e ad andare a razziare le campagne romane. Questo nuovo affronto fece cadere ogni speranza di pace. Nel corso di quell'anno cominciarono ad arrivare voci di una ribellione da parte degli abitanti di Preneste. Non ostante Tuscolani, Gabini e Labicani, i cui territori erano stato invasi dai Prenestini, li accusassero apertamente, la reazione del senato fu così moderata da far pensare che si credeva poco a simili accuse e non si voleva ritenerle vere.