Traduzione di Paragrafo 20, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Adprobantibus cunctis diem Manlio dicunt. Quod ubi est factum, primo commota plebs est, utique postquam sordidatum reum viderunt nec cum eo non modo patrum quemquam sed ne cognatos quidem aut adfines, postremo ne fratres quidem A. Et T. Manlios, quod ad eum diem nunquam usu venisset, ut in tanto discrimine non et proximi vestem mutarent: Ap. Claudio in vincula ducto C. Claudium inimicum Claudiamque omnem gentem sordidatam fuisse; consensu opprimi popularem virum, quod primus a patribus ad plebem defecisset. Cum dies venit, quae praeter coetus multitudinis seditiosasque voces et largitionem et fallax indicium pertinentia proprie ad regni crimen ab accusatoribus obiecta sint reo, apud neminem auctorem invenio; nec dubito haud parva fuisse, cum damnandi mora plebi non in causa sed in loco fuerit. Illud notandum videtur, ut sciant homines quae et quanta decora foeda cupiditas regni non ingrata solum sed invisa etiam reddiderit: homines prope quadringentos produxisse dicitur, quibus sine fenore expensas pecunias tulisset, quorum bona venire, quos duci addictos prohibuisset; ad haec decora quoque belli non commemorasse tantum sed protulisse etiam conspicienda, spolia hostium caesorum ad triginta, dona imperatorum ad quadraginta, in quibus insignes duas murales coronas, civicas octo; ad hoc servatos ex hostibus cives [produxit], inter quos C. Servilium magistrum equitum absentem nominatum; et cum ea quoque quae bello gesta essent pro fastigio rerum oratione etiam magnifica, facta dictis aequando, memorasset, nudasse pectus insigne cicatricibus bello acceptis et identidem Capitolium spectans Iovem deosque alios devocasse ad auxilium fortunarum suarum precatusque esse ut, quam mentem sibi Capitolinam arcem protegenti ad salutem populi Romani dedissent, eam populo Romano in suo discrimine darent, et orasse singulos universosque ut Capitolium atque arcem intuentes, ut ad deos immortales versi de se iudicarent. In campo Martio cum centuriatim populus citaretur et reus ad Capitolium manus tendens ab hominibus ad deos preces avertisset, apparuit tribunis, nisi oculos quoque hominum liberassent tanti memoria decoris, nunquam fore in praeoccupatis beneficio animis vero crimini locum. Ita prodicta die in Petelinum lucum extra portam Flumentanam, unde conspectus in Capitolium non esset, concilium populi indictum est. Ibi crimen valuit et obstinatis animis triste iudicium invisumque etiam iudicibus factum. Sunt qui per duumviros, qui de perduellione anquirerent creatos, auctores sint damnatum. Tribuni de saxo Tarpeio deiecerunt locusque idem in uno nomine et eximiae gloriae monumentum et poenae ultimae fuit. Adiectae mortuo notae sunt: publica una, quod, cum domus eius fuisset ubi nunc aedes atque officina Monetae est, latum ad populum est ne quis patricius in arce aut Capitolio habitaret; gentilicia altera, quod gentis Manliae decreto cautum est ne quis deinde M. Manlius vocaretur. Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis. Populum brevi, postquam periculum ab eo nullum erat, per se ipsas recordantem virtutes desiderium eius tenuit. Pestilentia etiam brevi consecuta nullis occurrentibus tantae cladis causis ex Manliano supplicio magnae parti videri orta: violatum Capitolium esse sanguine servatoris nec dis cordi fuisse poenam eius oblatam prope oculis suis, a quo sua templa erepta e manibus hostium essent.

Traduzione all'italiano


Tutti approvarono all'unanimità la proposta e decisero di citare Manlio in giudizio. L'applicazione di questo provvedimento suscitò commozione tra i plebei, specialmente quando essi videro che Manlio era in gramaglie e che ad accompagnarlo non solo non c'era nemmeno un senatore ma mancavano tanto i parenti e i congiunti quanto addirittura i fratelli Aulo e Tito Manlio: non era mai accaduto fino a allora che in simili circostanze i parenti più stretti non vestissero a lutto. Quando era finito in carcere Appio Claudio, Gaio Claudio, che pure gli era ostile, e tutta la famiglia Claudia si erano messi in lutto. C'era, dunque, un accordo per schiacciare l'amico del popolo, perché era stato il primo patrizio a passare dalla parte della plebe. Arrivò il giorno del processo, ma non ho trovato in nessun autore quali accuse gli siano state mosse in diretta connessione al reato di tentata restaurazione della monarchia, se si eccettuano le riunioni di massa, i discorsi sediziosi, le sue elargizioni di denaro e la falsa denunzia. Comunque non doveva trattarsi di cose di poco peso, perché la plebe tardò a condannarlo non tanto per motivi riguardanti la causa, quanto per il luogo dove si teneva il processo. È un particolare che mi sembra degno di essere menzionato, perché la gente sappia quali e quanto grandi meriti siano diventati odiosi e spregevoli a causa di una vergognosa brama del regno. Si dice che Manlio portò di fronte alla corte circa quattrocento individui ai quali egli aveva prestato denaro senza pretendere interessi, salvando così i loro beni dalla vendita all'asta, e le loro persone dalla schiavitù. Inoltre, Manlio non si limitò a richiamare alla memoria le proprie glorie militari, ma ne produsse l'evidenza di fronte agli occhi di tutti, mostrando addirittura le spoglie di trenta nemici uccisi, e quaranta decorazioni ottenute da generali, tra le quali spiccavano due corone murali e otto civiche. Come se non bastasse, Manlio avrebbe poi citato i concittadini da lui salvati, menzionando all'interno di essi il nome del maestro di cavalleria Gaio Servilio che però non era presente al processo. E dopo aver ripercorso le proprie gesta militari con un discorso magnifico, degno dell'altezza dell'impresa, ponendo sullo stesso piano i fatti e le parole, si sarebbe denudato il petto segnato dalle cicatrici ricevute in battaglia; poi, guardando fisso il Campidoglio e invocando Giove e gli altri dèi, li avrebbe pregati di intervenire in suo aiuto e di ispirare - in quel momento tanto critico - nel popolo romano quella stessa disposizione d'animo che essi avevano ispirato in lui quando aveva difeso la cittadella e il Campidoglio per la salvezza del popolo romano; infine si sarebbe rivolto ai singoli e alla comunità tutta, chiedendo loro di fissare lo sguardo in direzione del Campidoglio e della rocca e di giudicare il suo caso con il pensiero rivolto agli dèi immortali. Mentre nel campo Marzio il popolo veniva chiamato a votare per centurie e l'imputato, con le mani tese verso il Campidoglio, stava rivolgendo le sue preghiere agli dèi dopo averle rivolte agli uomini, ai tribuni apparve chiaro che, se non avessero allontanato dagli occhi della gente il ricordo di una gloria così grande, le giuste accuse rivolte contro Manlio non avrebbero mai fatto presa in animi riconoscenti per il bene ricevuto in passato. Così, dopo aver aggiornato la seduta, essi convocarono un'assemblea del popolo nel bosco Petelino, fuori dalla porta Flumentana, da dove non era possibile vedere il Campidoglio. Lì le accuse risultarono efficaci e, facendo forza a se stessi, i cittadini pronunciarono una sentenza che risultò dura e dolorosa anche per chi l'aveva emessa. Alcuni autori sostengono che Manlio venne condannato da una commissione di duumviri nominata per far luce sul reato di alto tradimento. I tribuni lo fecero gettare giù dalla rupe Tarpea, e così lo stesso luogo fu per uno stesso uomo il ricordo perenne di una straordinaria fama e dell'estremo supplizio. Dopo la sua morte, gli furono inflitti due marchi di infamia: uno di natura pubblica, perché, siccome la sua casa era dove adesso sorgono il tempio e la zecca di Giunone Moneta, fu presentata al popolo una legge in base alla quale nessun patrizio potesse più andare ad abitare sulla rocca o sul Campidoglio; l'altro fu invece di natura gentilizia, perché i membri della famiglia Manlia decretarono che in futuro nessuno portasse più il nome di Marco Manlio. Fu questa la fine di un uomo che, se non fosse nato in una città libera, avrebbe lasciato traccia duratura di sé. E in breve tempo il popolo - dato che adesso Manlio non era più una fonte di pericolo - cominciò a rimpiangerlo ricordandone soltanto le qualità. Poco dopo scoppiò una pestilenza che causò un numero massiccio di decessi per i quali non si riuscivano a trovare ragioni plausibili e che alla maggior parte della gente sembravano una conseguenza dell'esecuzione di Manlio: si pensava infatti che il Campidoglio fosse stato contaminato dal sangue del suo salvatore e che gli dèi non avessero gradito che fosse stato punito quasi di fronte ai loro stessi occhi l'uomo che aveva strappato i loro templi dalle mani del nemico.