Traduzione di Paragrafo 19, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


At in parte altera senatus de secessione in domum privatam plebis, forte etiam in arce positam, et imminenti mole libertate agitat. Magna pars vociferantur Servilio Ahala opus esse, qui non in vincla duci iubendo inritet publicum hostem sed unius iactura civis finiat intestinum bellum. Decurritur ad leniorem verbis sententiam, vim tamen eandem habentem, ut videant magistratus ne quid ex perniciosis consiliis M. Manli res publica detrimenti capiat. Tum tribuni consulari potestate tribunique plebi - nam et [ei], quia eundem [et] suae potestatis, quem libertatis omnium, finem cernebant, patrum auctoritati se dediderant - hi tum omnes quid opus facto sit consultant. Cum praeter vim et caedem nihil cuiquam occurreret, eam autem ingentis dimicationis fore appareret, tum M. Menenius et Q. Publilius tribuni plebis: 'quid patrum et plebis certamen facimus, quod civitatis esse adversus unum pestiferum civem debet? Quid cum plebe adgredimur eum quem per ipsam plebem tutius adgredi est ut suis ipse oneratus viribus ruat? Diem dicere ei nobis in animo est. Nihil minus populare quam regnum est. Simul multitudo illa non secum certari viderint et ex advocatis iudices facti erunt et accusatores de plebe patricium reum intuebuntur et regni crimen in medio, nulli magis quam libertati favebunt suae.'

Traduzione all'italiano


Dall'altra parte i senatori stavano discutendo di quelle riunioni segrete della plebe in una casa privata (una casa che, per puro caso, si trovava anche sulla rocca) e del grave pericolo che minacciava la libertà. La maggior parte di essi gridava che c'era bisogno di un Servilio Aala, che non esasperasse i nemici pubblici mettendoli in prigione, ma che con la soppressione di un solo cittadino ponesse fine alla guerra civile. Si ricorse tuttavia a una decisione che, pur risultando nei fatti ugualmente energica, dava l'impressione di essere più moderata: venne ordinato ai magistrati di provvedere che la repubblica non subisse alcun danno dai perniciosi progetti di Marco Manlio. Allora i tribuni con potestà consolare e i tribuni della plebe (messisi anch'essi a disposizione del senato in quanto consci del fatto che la fine della libertà di tutti avrebbe coinciso con la fine del loro potere) si consultarono collegialmente sulle misure da prendere. Siccome nessuno era in grado di suggerire soluzioni che non prevedessero il ricorso alla violenza e al sangue - il che avrebbe comportato, evidentemente, uno scontro durissimo -, allora i tribuni della plebe Marco Menenio e Quinto Publilio dissero: "Perché mai dobbiamo trasformare in uno scontro tra patrizi e plebei quello che dovrebbe essere una lotta tra la città e un solo, pericoloso cittadino? Perché lo affrontiamo spalleggiati dalla plebe, quando sarebbe più sicuro attaccarlo servendoci della plebe stessa per farlo crollare schiacciato dalle sue stesse forze? Non c'è nulla di meno popolare che la monarchia. Non appena tutta quella gente si renderà conto che non si combatte contro di loro, da sostenitori si trasformeranno in giudici: quando l'accusa sarà sostenuta da plebei contro un imputato patrizio, e ci sarà di mezzo il reato di voler restaurare la monarchia, la plebe penserà prima di tutto a difendere la propria libertà."