Traduzione di Paragrafo 13, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Multitudo hostium nulli rei praeterquam numero freta et oculis utramque metiens aciem temere proelium iniit, temere omisit; clamore tantum missilibusque telis et primo pugnae impetu ferox gladios et conlatum pedem et voltum hostis ardore animi micantem ferre non potuit. Impulsa frons prima et trepidatio subsidiis inlata; et suum terrorem intulit eques; rupti inde multis locis ordines motaque omnia et fluctuanti similis acies erat. Dein postquam cadentibus primis iam ad se quisque perventuram caedem cernebat, terga vertunt. Instare Romanus; et donec armati confertique abibant, peditum labor in persequendo fuit: postquam iactari arma passim fugaque per agros spargi aciem hostium animadversum est, tum equitum turmae emissae, dato signo ne in singulorum morando caede spatium ad evadendum interim multitudini darent: satis esse missilibus ac terrore impediri cursum obequitandoque agmen teneri dum adsequi pedes et iusta caede conficere hostem posset. Fugae sequendique non ante noctem finis fuit. Capta quoque ac direpta eodem die castra Volscorum praedaque omnis praeter libera corpora militi concessa est. Pars maxima captivorum ex Latinis atque Hernicis fuit, nec hominum de plebe, ut credi posset mercede militasse, sed principes quidam iuventutis inventi, manifesta fides publica ope Volscos hostes adiutos. Circeiensium quoque quidam cogniti et coloni a Velitris; Romamque omnes missi percontantibus primoribus patrum eadem quae dictatori defectionem sui quisque populi haud perplexe indicavere.

Traduzione all'italiano


La massa dei nemici, confidando esclusivamente nel numero e valutando a occhio entrambi gli schieramenti, si buttò alla cieca in battaglia e alla cieca ne uscì. Esaurita la loro irruenza nell'urlo di battaglia, nel lancio di proiettili e nel primo urto, essi non riuscirono a sostenere le spade, lo scontro corpo a corpo e gli sguardi dei nemici nei quali brillava l'ardore di autentici guerrieri. La loro linea frontale venne subito sgranata e lo scompiglio andò a ripercuotersi sulle retrovie. Anche i cavalieri fecero la loro parte nel terrorizzare i nemici. Le file vennero sbaragliate in molti punti, tutto era in movimento e l'intero schieramento somigliava a un fluttuare di onde. Poi quando, caduti i soldati della prima fila, ciascuno si rese conto che la morte non avrebbe tardato a raggiungerlo, fu una fuga generale. I Romani incalzavano. Finché i nemici indietreggiavano con le armi in pugno e in file serrate, l'inseguimento venne affidato alla fanteria. Ma quando si vide che buttavano le armi dove capitava e che l'esercito si disperdeva per i campi cercando la fuga, allora venne dato il via libera agli squadroni di cavalleria con l'ordine di non indugiare nell'eliminazione dei singoli, per non offrire al grosso delle forze nemiche il modo di evitare il massacro. Già solo lanciando proiettili li avrebbero terrorizzati ostacolandone la corsa: poi, cavalcandogli intorno, li avrebbero potuti tenere sotto controllo, fino a quando non fossero sopraggiunti i fanti a completare l'annientamento. La fuga e l'inseguimento proseguirono fino al calar della notte. Dopo aver catturato e distrutto quello stesso giorno l'accampamento dei Volsci, ai soldati venne concesso tutto il bottino tranne gli uomini di condizione libera. La maggior parte dei prigionieri erano Latini ed Ernici, e non tutti di estrazione plebea (che si poteva credere avessero combattuto in qualità di mercenari), ma vi si trovarono anche dei giovani delle famiglie più illustri, prova questa che i rispettivi paesi avevano ufficialmente supportato il nemico volsco. Alcuni vennero invece riconosciuti come provenienti da Circei e dalla colonia di Velletri. Furono tutti inviati a Roma e lì, ai senatori più eminenti che li interrogavano, rivelarono apertamente le stesse cose già dette al dittatore, e cioè la defezione dei rispettivi popoli.