Traduzione di Paragrafo 10, Libro 6 di Livio

Versione originale in latino


Videbatur plus in ea urbe recipienda laboris fore, non eo solum quod tota hostium erat sed etiam quod parte Nepesinorum prodente civitatem facta erat deditio; mitti tamen ad principes eorum placuit ut secernerent se ab Etruscis fidemque quam implorassent ab Romanis ipsi praestarent. Unde cum responsum allatum esset nihil suae potestatis esse, Etruscos moenia custodiasque portarum tenere, primo populationibus agri terror est oppidanis admotus; deinde, postquam deditionis quam societatis fides sanctior erat, fascibus sarmentorum ex agro conlatis ductus ad moenia exercitus completisque fossis scalae admotae et clamore primo impetuque oppidum capitur. Nepesinis inde edictum ut arma ponant parcique iussum inermi: Etrusci pariter armati atque inermes caesi. Nepesinorum quoque auctores deditionis securi percussi: innoxiae multitudini redditae res oppidumque cum praesidio relictum. Ita duabus sociis urbibus ex hoste receptis victorem exercitum tribuni cum magna gloria Romam reduxerunt. Eodem anno ab Latinis Hernicisque res repetitae quaesitumque cur per eos annos militem ex instituto non dedissent. Responsum frequenti utriusque gentis concilio est nec culpam in eo publicam nec consilium fuisse quod suae iuventutis aliqui apud Volscos militaverint; eos tamen ipsos pravi consilii poenam habere nec quemquam ex his reducem esse; militis autem non dati causam terrorem assiduum a Volscis fuisse, quam pestem adhaerentem lateri suo tot super alia aliis bellis exhauriri nequisse. Quae relata patribus magis tempus quam causam non visa belli habere.

Traduzione all'italiano


La riconquista di quella città sembrava fatica molto più dura, e non solo perché era interamente in mano nemica, ma anche perché una fazione di Nepesini aveva tradito il proprio paese pattuendo la capitolazione. Si decise comunque di mandare a dire alle autorità cittadine di staccarsi dagli Etruschi e di dar prova di quella stessa lealtà che avevano implorato dai Romani. Quando essi risposero dicendo che non potevano far nulla, perché gli Etruschi controllavano le mura e vigilavano alle porte, in un primo tempo i Romani misero a ferro e fuoco le campagne per terrorizzare la gente in città. Poi, quando fu evidente che la resa era per loro un legame più vincolante di quanto non fosse l'alleanza, dopo aver raccolto nei campi dei rami secchi e averne fatto fascine, le truppe romane vennero condotte sotto le mura e lì, una volta riempiti i fossati, vi appoggiarono le scale e presero la città alla prima carica sostenuta dal grido di guerra. Agli abitanti di Nepi venne ingiunto di deporre le armi, e ai soldati di risparmiare quelli che erano disarmati. Per gli Etruschi non furono fatte differenze: vennero massacrati sia che fossero armati sia che non lo fossero. I Nepesini responsabili della capitolazione vennero giustiziati: la popolazione che non aveva colpe da scontare ebbe indietro le proprie cose, mentre in città venne lasciato un presidio armato. Così, dopo aver ritolte al nemico due città alleate, i tribuni ricondussero a Roma con grande gloria l'esercito vincitore. Nel corso di quello stesso anno vennero avanzate richieste di riparazione a Latini ed Ernici e fu loro domandato per quale ragione, negli ultimi anni, essi non avessero fornito i contingenti armati contemplati dai patti. L'assemblea plenaria di entrambi i popoli fece sapere che lo stato non aveva colpe né responsabilità attive nel fatto che alcuni dei loro giovani avessero militato nelle file dei Volsci. Comunque, quei ragazzi avevano scontato caramente la loro pessima iniziativa e nessuno di essi era tornato indietro. Quanto poi al non aver fornito soldati, questo era dovuto alla costante paura nutrita nei confronti dei Volsci (una maledizione sempre così alle calcagna da non essere riusciti a liberarsene nemmeno con quella continua successione di guerre). Questa risposta fu riferita ai senatori: e sembrò ad essi che offrisse sì un motivo, ma non l'opportunità per scatenare un conflitto.