Traduzione di Paragrafo 8, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Insequens annus tribunos militum consulari potestate habuit C. Servilium Ahalam tertium Q. Servilium L. Verginium Q. Sulpicium A. Manlium iterum M'. Sergium iterum. His tribunis, dum cura omnium in Veiens bellum intenta est, neglectum Anxuri praesidium vacationibus militum et Volscos mercatores volgo receptando, proditis repente portarum custodibus oppressum est. Minus militum periit, quia praeter aegros lixarum in modum omnes per agros vicinasque urbes negotiabantur. Nec Veiis melius gesta res, quod tum caput omnium curarum publicarum erat; nam et duces Romani plus inter se irarum quam adversus hostes animi habuerunt, et auctum est bellum adventu repentino Capenatium atque Faliscorum. Hi duo Etruriae populi, quia proximi regione erant, devictis Veiis bello quoque Romano se proximos fore credentes, Falisci propria etiam causa infesti quod Fidenati bello se iam antea immiscuerant, per legatos ultro citroque missos iure iurando inter se obligati, cum exercitibus necopinato ad Veios accessere. Forte ea regione qua M'. Sergius tribunus militum praeerat castra adorti sunt ingentemque terrorem intulere, quia Etruriam omnem excitam sedibus magna mole adesse Romani crediderant. Eadem opinio Veientes in urbe concitavit. Ita ancipiti proelio castra Romana oppugnabantur; concursantesque cum huc atque illuc signa transferrent, nec Veientem satis cohibere intra munitiones nec suis munimentis arcere vim ac tueri se ab exteriore poterant hoste. Una spes erat, si ex maioribus castris subveniretur, ut diversae legiones aliae adversus Capenatem ac Faliscum, aliae contra eruptionem oppidanorum pugnarent; sed castris praeerat Verginius, privatim Sergio invisus infestusque. Is cum pleraque castella oppugnata, superatas munitiones, utrimque invehi hostem nuntiaretur, in armis milites tenuit, si opus foret auxilio collegam dictitans ad se missurum. Huius adrogantiam pertinacia alterius aequabat, qui, ne quam opem ab inimico videretur petisse, vinci ab hoste quam vincere per civem maluit. Diu in medio caesi milites; postremo desertis munitionibus, perpauci in maiora castra, pars maxima atque ipse Sergius Romam pertenderunt. Ubi cum omnem culpam in collegam inclinaret, acciri Verginium ex castris, interea praeesse legatos placuit. Acta deinde in senatu res est certatumque inter collegas maledictis. Pauci rei publicae, [plerique] huic atque illi ut quosque studium privatim aut gratia occupaverat adsunt.

Traduzione all'italiano


I tribuni militari con potestà consolare dell'anno successivo furono Gaio Servilio Aala (per la terza volta), Quinto Servilio, Lucio Verginio, Quinto Sulpicio, Aulo Manlio e Manio Sergio (entrambi per la seconda volta). Durante il loro mandato, mentre l'attenzione di tutti era rivolta alla guerra con Veio, il presidio armato di Anxur - negletto sia per le continue licenze concesse ai soldati di stanza sia per l'abitudine ormai invalsa di accogliere mercanti volsci - venne a tradimento sopraffatto in seguito a un improvviso attacco alle sentinelle delle porte. Le perdite tra i soldati non furono gravissime perché, fatta eccezione per gli ammalati, tutti i membri del contingente erano in giro per le campagne e le città dei dintorni, impegnati in traffici commerciali alla stregua di vivandieri. Ma neppure a Veio, che costituiva in quel momento il centro delle preoccupazioni pubbliche, le cose andarono meglio. Infatti i comandanti romani dimostravano di avere più risentimento reciproco che coraggio contro i nemici, e le proporzioni del conflitto vennero modificate dall'intervento improvviso dei Capenati e dei Falisci. Questi due popoli dell'Etruria, essendo i più vicini della zona, e credendo che una volta caduta Veio sarebbero stati i più esposti alla minaccia di un'aggressione armata da parte di Roma (e in particolar modo i Falisci, si sentivano in pericolo per aver partecipato alla guerra dei Fidenati), dopo essersi scambiati ambascerie e aver cementato col giuramento il vincolo che li legava, si presentarono all'improvviso a Veio con gli eserciti. Per caso assalirono l'accampamento nella zona comandata dal tribuno militare Manio Sergio e vi seminarono il terrore, facendo credere ai Romani che l'intera Etruria, trascinata dalle sue sedi, fosse scesa in campo con gran spiegamento di forze. La stessa idea infiammò i Veienti chiusi in città. Così l'accampamento romano era attaccato su due fronti: e pur trasferendo con corse disperate le varie unità da una parte e dall'altra, non riuscivano né a contenere in maniera sufficiente i Veienti nell'interno delle loro fortificazioni, né a respingere l'assalto portato alle proprie difese e a resistere al nemico esterno. La sola speranza era che arrivassero rinforzi dall'accampamento centrale, in modo tale che le legioni, schierate su fronti diversi, potessero le une combattere contro Capenati e Falisci e le altre arginare la sortita degli assediati. Ma a capo dell'accampamento c'era Verginio che per ragioni personali detestava e odiava Sergio. Verginio, non ostante fosse arrivata la notizia che buona parte dei fortini era stata assalita, che i dispositivi di difesa erano stati scavalcati e che i nemici si stavano riversando nell'accampamento da una parte e dall'altra, trattenne gli uomini con le armi in pugno, sostenendo che se il collega avesse avuto bisogno di aiuto gliene avrebbe fatto richiesta. L'arroganza di Verginio era pari all'ostinazione di Sergio, il quale, per non dare l'impressione di chiedere aiuto al suo avversario, preferì lasciarsi vincere dal nemico piuttosto che vincere grazie all'intervento di un concittadino. Il massacro dei soldati romani presi nel mezzo durò a lungo. Alla fine, quando ormai i dispositivi di difesa erano stati abbandonati, in pochissimi ripararono nell'accampamento centrale, mentre la maggior parte dei superstiti e lo stesso Sergio si diressero verso Roma. E lì, dato che Sergio attribuiva al collega l'intera responsabilità del disastro, venne stabilito di convocare Verginio dall'accampamento e di affidare il comando ai suoi luogotenenti. La cosa venne poi discussa in senato e tra i due colleghi fu una gara a base di insulti. Tra i senatori furono in pochi a prendere le parti della repubblica. La maggior parte di essi parteggiò invece o per l'uno o per l'altro, a seconda delle simpatie o dei legami privati.