Traduzione di Paragrafo 4, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Atqui ego, quam hoc consilium collegarum meorum, quo abducere infecta re a Veiis exercitum noluerunt, non utile solum sed etiam necessarium fuerit, postea disseram: nunc de ipsa condicione dicere militantium libet; quam orationem non apud vos solum sed etiam in castris si habeatur, ipso exercitu disceptante, aequam arbitror videri posse. In qua si mihi ipsi nihil quod dicerem in mentem venire posset, adversariorum certe orationibus contentus essem. Negabant nuper danda esse aera militibus, quia nunquam data essent. Quonam modo igitur nunc indignari possunt, quibus aliquid novi adiectum commodi sit, eis laborem etiam novum pro portione iniungi? Nusquam nec opera sine emolumento nec emolumentum ferme sine impensa opera est. Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta. Moleste antea ferebat miles se suo sumptu operam rei publicae praebere; gaudebat idem partem anni se agrum suum colere, quaerere unde domi militiaeque se ac suos tueri posset: gaudet nunc fructui sibi rem publicam esse, et laetus stipendium accipit; aequo igitur animo patiatur se [ab domo] ab re familiari, cui gravis impensa non est, paulo diutius abesse. An si ad calculos eum res publica vocet, non merito dicat: "annua aera habes, annuam operam ede: an tu aequum censes militia semestri solidum te stipendium accipere?" Invitus in hac parte orationis, Quirites, moror; sic enim agere debent qui mercennario milite utuntur; nos tamquam cum civibus agere volumus, agique tamquam cum patria nobiscum aequum censemus. Aut non suscipi bellum oportuit, aut geri pro dignitate populi Romani et perfici quam primum oportet. Perficietur autem si urgemus obsessos, si non ante abscedimus quam spei nostrae finem captis Veiis imposuerimus. Si hercules nulla alia causa, ipsa indignitas perseverantiam imponere debuit. Decem quondam annos urbs oppugnata est ob unam mulierem ab universa Graecia, quam procul ab domo? Quot terras, quot maria distans? Nos intra vicesimum lapidem, in conspectu prope urbis nostrae, annuam oppugnationem perferre piget. Scilicet quia levis causa belli est nec satis quicquam iusti doloris est quod nos ad perseverandum stimulet. Septiens rebellarunt; in pace nunquam fida fuerunt; agros nostros miliens depopulati sunt; Fidenates deficere a nobis coegerunt; colonos nostros ibi interfecerunt; auctores fuere contra ius caedis impiae legatorum nostrorum; Etruriam omnem adversus nos concitare voluerunt, hodieque id moliuntur; res repetentes legatos nostros haud procul afuit quin violarent.

Traduzione all'italiano


Quanto poi non solo utile ma anche inevitabile sia stata la decisione presa dai miei colleghi di non ritirare le truppe da Veio senza prima aver portato a termine l'impresa, ve lo spiegherò più avanti: adesso preferisco soffermarmi proprio sulle condizioni in cui versano i soldati. Se questo discorso lo si pronunciasse non soltanto di fronte a voi ma nel bel mezzo dell'accampamento e se la questione venisse sottoposta al giudizio dell'esercito stesso, credo che le mie parole darebbero l'impressione di essere più che ragionevoli. E se durante la mia allocuzione non mi venisse in mente nulla da dire, mi basterebbero le affermazioni degli avversari. Poco tempo fa essi sostenevano che non si deve dare la paga ai soldati, perché non la si era mai data. Ma allora come possono adesso indignarsi se quelli che hanno avuto una concessione si son visti imporre come contropartita anche un nuovo onere? Non si verifica mai il caso di un servizio prestato cui non corrisponda un pagamento, né quello di un pagamento cui non corrisponda una regolare prestazione d'opera. La fatica e il piacere, pur essendo diversissimi per natura, sono reciprocamente legati da un qualche vincolo naturale. In passato i soldati mal tolleravano di dover pagare a proprie spese il servizio prestato allo Stato. Ciò non ostante erano felici di coltivare il proprio appezzamento di terra, ricavandone il sostentamento per se stessi e per i famigliari tanto in tempo di pace quanto in guerra. Ora sono felici che lo Stato sia per loro motivo di guadagno e per questo ricevono con gioia la paga. Sopportino dunque serenamente di stare lontani un po' più a lungo dai propri beni, su cui non grava più spesa alcuna. Se lo Stato li dovesse chiamare alla resa dei conti, non avrebbe tutte le ragioni per dire: "Ricevete una paga annua? Allora prestate servizio per tutto l'arco dell'anno; oppure ritenete giusto ricevere l'intera paga per sei mesi solo di servizio?". Su questo punto del mio discorso mi soffermo a malincuore, o Quiriti, perché così dovrebbero esprimersi quanti utilizzano milizie mercenarie. Ma noi vogliamo trattare come si tratta con dei cittadini e riteniamo giusto che si tratti con noi come si tratta con la patria. O non bisognava iniziare la guerra, oppure la si deve gestire in maniera conforme alla dignità del popolo romano e portarla a termine quanto prima possibile. E la porteremo a termine se non daremo tregua agli assediati, e se non ci ritiriamo prima di aver coronato le nostre speranze con la presa di Veio. Qualora, per Ercole, non ci fosse nessun'altra ragione, dovrebbe bastare l'indignazione da sola a imporci la perseveranza! Un tempo l'intera Grecia assediò per dieci anni una città a causa di una sola donna: ma quanto distava dalla patria quella città? Quante terre e quanti mari c'erano di mezzo? A noi dà invece fastidio reggere un anno d'assedio sotto una città che dista venti miglia dalla nostra e che quasi la si vede da Roma. È chiaro: perché il motivo che ha scatenato la guerra è insignificante e il risentimento che proviamo non basta a farci perseverare. Sette volte hanno riaperto le ostilità. In tempo di pace non sono mai stati leali. Hanno devastato migliaia di volte le nostre campagne. Hanno spinto alla defezione gli abitanti di Fidene, uccidendo i nostri coloni che risiedevano in quella città. Contro il diritto costituito si sono macchiati dell'orribile strage dei nostri ambasciatori. Volevano scatenarci contro l'intera Etruria (mossa che oggi tentano di ripetere), e poco è mancato che facessero violenza ai nostri ambasciatori inviati a chiedere soddisfazione.