Traduzione di Paragrafo 38, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Ibi tribuni militum non loco castris ante capto, non praemunito vallo quo receptus esset, non deorum saltem si non hominum memores, nec auspicato nec litato, instruunt aciem, diductam in cornua ne circumveniri multitudine hostium possent; nec tamen aequari frontes poterant cum extenuando infirmam et vix cohaerentem mediam aciem haberent. Paulum erat ab dextera editi loci quem subsidiariis repleri placuit, eaque res ut initium pavoris ac fugae, sic una salus fugientibus fuit. Nam Brennus regulus Gallorum in paucitate hostium artem maxime timens, ratus ad id captum superiorem locum ut ubi Galli cum acie legionum recta fronte concucurrissent subsidia in aversos transversosque impetum darent, ad subsidiarios signa convertit, si eos loco depulissit haud dubius facilem in aequo campi tantum superanti multitudine victoriam fore. Adeo non fortuna modo sed ratio etiam cum barbaris stabat. In altera acie nihil simile Romanis, non apud duces, non apud milites erat. Pavor fugaque occupaverat animos et tanta omnium oblivio, ut multo maior pars Veios in hostium urbem, cum Tiberis arceret, quam recto itinere Romam ad coniuges ac liberos fugerent. Parumper subsidiarios tutatus est locus; in reliqua acie simul est clamor proximis ab latere, ultimis ab tergo auditus, ignotum hostem prius paene quam viderent, non modo non temptato certamine sed ne clamore quidem reddito integri intactique fugerunt; nec ulla caedes pugnantium fuit; terga caesa suomet ipsorum certamine in turba impedientium fugam. Circa ripam Tiberis quo armis abiectis totum sinistrum cornu defugit, magna strages facta est, multosque imperitos nandi aut invalidos, graves loricis aliisque tegminibus, hausere gurgites; maxima tamen pars incolumis Veios perfugit, unde non modo praesidii quicquam sed ne nuntius quidem cladis Romam est missus. Ab dextro cornu quod procul a flumine et magis sub monte steterat, Romam omnes petiere et ne clausis quidem portis urbis in arcem confugerunt.

Traduzione all'italiano


Lì i tribuni militari, senza aver scelto in anticipo uno spazio per il campo e senza aver allestito una trincea che potesse fungere da riparo in caso di ritirata, dimentichi, per non dire degli uomini, anche degli dèi, non essendosi minimamente preoccupati di trarre i dovuti auspici e di offrire sacrifici augurali, schierarono l'esercito scegliendo una disposizione ad ali molto allargate per evitare di essere circondati dalla massa dei nemici. Ciò non ostante il fronte non raggiunse l'estensione di quello avversario, mentre l'assottigliarsi dei ranghi nella parte centrale dell'esercito rese debole e poco compatto quel settore. Sulla destra c'era un piccolo rilievo del terreno: i Romani decisero di occuparlo con truppe di riserva, manovra questa che segnò l'inizio del panico e della fuga e insieme costituì l'unica salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, il capo dei Galli, temendo che l'esiguo manipolo di nemici mascherasse uno stratagemma, e pensando che i Romani avessero occupato quell'altura per permettere ai contingenti di riservisti di assalire il nemico al fianco e alle spalle non appena i Galli avessero attaccato frontalmente lo schieramento romano, operò una conversione e si diresse contro i riservisti. Era sicuro che, se fosse riuscito a sloggiarli dalla posizione occupata, lo strapotere numerico dei suoi effettivi non avrebbe avuto difficoltà a ottenere la vittoria nello scontro in pianura. A tal punto dalla parte dei barbari c'era non solo la buona sorte ma anche la tattica militare. Dall'altra parte dello schieramento non c'era nulla che assomigliasse a un esercito romano, né a livello di comandanti né a livello di soldati. Il terrore e il pensiero della fuga uniti alla totale dimenticanza di ogni cosa ne avevano ormai pervaso gli animi a tal punto che la maggior parte delle truppe, non ostante l'ostacolo costituito dal Tevere, si precipitò a Veio (una città nemica) anziché fuggire direttamente a Roma tra le braccia di mogli e figli. L'altura protesse per un po' di tempo i riservisti. Ma nel resto dello schieramento, non appena l'urlo dei Galli arrivò dal fianco alle orecchie dei più vicini e da dietro ai più lontani, i Romani, quasi ancor prima di vedere quel nemico mai incontrato in precedenza e senza non dico tentare la lotta, ma addirittura senza far eco al grido di battaglia, si diedero alla fuga integri di forze e illesi. In battaglia non ci furono vittime. Gli uomini delle retrovie furono gli unici ad avere la peggio perché, nel disordine della fuga, si intralciarono reciprocamente combattendo gli uni contro gli altri. Sulla riva del Tevere, dove erano fuggiti quelli dell'ala sinistra dopo essersi liberati delle armi, ci fu un immenso massacro: moltissimi, non sapendo nuotare o stremati, gravati dal peso delle corazze e dal resto dell'armamento, annegarono nella corrente. Il grosso dell'esercito riuscì invece a riparare sano e salvo a Veio. E di lì non solo non furono inviati rinforzi a Roma, ma nemmeno la notizia della disfatta. Gli uomini schierati all'ala destra, che si era mantenuta lontana dal fiume in un punto più vicino alle pendici del monte, si diressero in massa a Roma e lì, senza nemmeno preoccuparsi di richiudere le porte, ripararono nella cittadella.