Traduzione di Paragrafo 36, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Mitis legatio, ni praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset. Quibus postquam mandata ediderunt in concilio [Gallorum] datur responsum, etsi novum nomen audiant Romanorum, tamen credere viros fortes esse quorum auxilium a Clusinis in re trepida sit imploratum; et quoniam legatione adversus se maluerint quam armis tueri socios, ne se quidem pacem quam illi adferant aspernari, si Gallis egentibus agro, quem latius possideant quam colant Clusini, partem finium concedant; aliter pacem impetrari non posse. Et responsum coram Romanis accipere velle et si negetur ager, coram iisdem Romanis dimicaturos, ut nuntiare domum possent quantum Galli virtute ceteros mortales praestarent. Quodnam id ius esset agrum a possessoribus petere aut minari arma Romanis quaerentibus et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium virorum esse ferociter dicerent, accensis utrimque animis ad arma discurritur et proelium conseritur. Ibi iam urgentibus Romanam urbem fatis legati contra ius gentium arma capiunt. Nec id clam esse potuit cum ante signa Etruscorum tres nobilissimi fortissimique Romanae iuventutis pugnarent; tantum eminebat peregrina virtus. Quin etiam Q. Fabius, evectus extra aciem equo, ducem Gallorum, ferociter in ipsa signa Etruscorum incursantem, per latus transfixum hasta occidit; spoliaque eius legentem Galli agnovere, perque totam aciem Romanum legatum esse signum datum est. Omissa inde in Clusinos ira, receptui canunt minantes Romanis. Erant qui extemplo Romam eundum censerent; vicere seniores, ut legati prius mitterentur questum iniurias postulatumque ut pro iure gentium violato Fabii dederentur. Legati Gallorum cum ea sicut erant mandata exposuissent, senatui nec factum placebat Fabiorum et ius postulare barbari videbantur; sed ne id quod placebat decerneretur in tantae nobilitatis viris ambitio obstabat. Itaque ne penes ipsos culpa esset cladis forte Gallico bello acceptae, cognitionem de postulatis Gallorum ad populum reiciunt; ubi tanto plus gratia atque opes valuere ut quorum de poena agebatur tribuni militum consulari potestate in insequentem annum crearentur. Quo facto haud secus quam dignum erat infensi Galli bellum propalam minantes ad suos redeunt. Tribuni militum cum tribus Fabiis creati Q. Sulpicius Longus Q. Servilius quartum P. Cornelius Maluginensis.

Traduzione all'italiano


Il messaggio aveva un tono conciliante, ma era affidato ad ambasciatori arroganti e più simili a Galli che a Romani. Quando i Galli li ebbero uditi esporre le loro disposizioni in mezzo all'assemblea, risposero che, pur non avendo mai sentito prima il nome dei Romani, li ritenevano dei guerrieri valorosi perché gli abitanti di Chiusi ne avevano invocato l'intervento nel pieno dell'emergenza. E, siccome i Romani avevano scelto di difendere i propri alleati attraverso un'ambasceria piuttosto che con la spada, non avrebbero disprezzato la pace offerta dai legati, a patto che gli abitanti di Chiusi - i quali possedevano più terra di quanta non ne coltivassero effettivamente - ne avessero ceduta una parte ai Galli che invece ne avevano bisogno. Diversamente, la pace non poteva essere ottenuta. Aggiunsero che desideravano una risposta in presenza dei Romani perché, se veniva loro negata la concessione di appezzamenti di terra, avrebbero combattuto sotto gli occhi dei Romani stessi, affinché potessero tornare in patria a raccontare quanto i Galli fossero superiori per valore a tutti gli altri esseri umani. E quando i Romani chiesero che razza di diritto desse ai Galli l'arbitrio di esigere la terra dai legittimi proprietari ricorrendo alle minacce di guerra e che cosa avessero essi a che fare con l'Etruria, i Galli replicarono brutalmente che il loro diritto risiedeva nella spada e che tutto apparteneva a chi aveva la forza. Così, essendosi inaspriti gli animi da entrambe le parti, si passò alle armi e fu subito battaglia. E mentre ormai si avvicinava inesorabile il giorno fatale di Roma, gli ambasciatori presero le armi contravvenendo al diritto delle genti. La cosa non poté certo passare inosservata perché quei tre dei più nobili e coraggiosi giovani che Roma potesse vantare combattevano tra le prime linee etrusche: a tal punto rifulgeva il loro valore. Anzi, Quinto Fabio, spintosi al galoppo al di là delle prime linee, uccise trafiggendolo nel fianco con l'asta il comandante dei Galli che si stava lanciando impetuosamente contro le schiere etrusche. Mentre Fabio raccoglieva le spoglie del nemico abbattuto, i Galli lo riconobbero e la notizia che si trattava dell'ambasciatore romano fece il giro delle truppe. Lasciata da parte l'ira contro gli abitanti di Chiusi, i Galli fecero suonare la ritirata, proferendo minacce all'indirizzo dei Romani. Alcuni erano dell'avviso di marciare immediatamente contro Roma. Ma prevalse la tesi dei più anziani di mandare prima degli ambasciatori a Roma col compito di protestare per le offese subite e di chiedere la consegna dei Fabii in quanto colpevoli di aver violato il diritto delle genti. Quando gli inviati dei Galli ebbero esposto le proprie rimostranze secondo le istruzioni ricevute, il senato si trovò a disapprovare la condotta dei Fabii e riteneva che le richieste avanzate dai barbari fossero un loro pieno diritto. Ma il desiderio di non dispiacere a una famiglia di alta nobiltà impedì che si propendesse per la decisione che era parsa più opportuna. Così, per evitare che la responsabilità di un'eventuale sconfitta nella guerra contro i Galli potesse ricadere su loro stessi, i senatori affidarono al popolo il giudizio sulle richieste dei Galli. E in quella sede l'influenza dei Fabi e le loro ricchezze ebbero tanto peso che gli uomini di cui si discuteva l'eventuale punizione vennero eletti tribuni militari con potere consolare per l'anno successivo. Di fronte a questo verdetto, i Galli, com'era più che giusto, tornarono inferociti dai compagni lanciando esplicite minacce di guerra. I tribuni militari eletti insieme ai tre Fabii furono Quinto Sulpicio Longo, Quinto Servilio (per la quarta volta) e Publio Cornelio Maluginense.