Traduzione di Paragrafo 32, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Kalendis Quintilibus magistratum occepere L. Lucretius Ser. Sulpicius M. Aemilius L. Furius Medullinus septimum Agrippa Furius C. Aemilius iterum. Ex his L. Lucretio et C. Aemilio Volsinienses provincia evenit, Sappinates Agrippae Furio et Ser. Sulpicio. Prius cum Volsiniensibus pugnatum est. Bellum numero hostium ingens, certamine haud sane asperum fuit. Fusa concursu primo acies; in fuga milia octo armatorum ab equitibus interclusa positis armis in deditionem venerunt. Eius belli fama effecit ne se pugnae committerent Sappinates; moenibus armati se tutabantur. Romani praedas passim et ex Sappinati agro et ex Volsiniensi, nullo eam vim arcente, egerunt; donec Volsiniensibus fessis bello, ea condicione ut res populo Romano redderent stipendiumque eius anni exercitui praestarent, in viginti annos indutiae datae. Eodem anno M. Caedicius de plebe nuntiavit tribunis se in Nova via, ubi nunc sacellum est supra aedem Vestae, vocem noctis silentio audisse clariorem humana, quae magistratibus dici iuberet Gallos adventare. Id ut fit propter auctoris humilitatem spretum et quod longinqua eoque ignotior gens erat. Neque deorum modo monita ingruente fato spreta, sed humanam quoque opem, quae una erat, M. Furium ab urbe amovere. Qui die dicta ab L. Apuleio tribuno plebis propter praedam Veientanam, filio quoque adulescente per idem tempus orbatus, cum accitis domum tribulibus clientibusque quae magna pars plebis erat, percontatus animos eorum responsum tulisset se conlaturos quanti damnatus esset, absolvere eum non posse, in exsilium abiit, precatus ab dis immortalibus si innoxio sibi ea iniuria fieret, primo quoque tempore desiderium sui civitati ingratae facerent. Absens quindecim milibus gravis aeris damnatur.

Traduzione all'italiano


Alle calende di luglio entrarono in carica i tribuni appena eletti, e cioè Lucio Lucrezio, Servio Sulpicio, Marco Emilio, Lucio Furio Medullino (per la settima volta), Agrippa Furio e Gaio Emilio (per la seconda volta). Tra di essi, a Lucio Lucrezio e a Gaio Emilio venne affidata la campagna contro i Volsiniesi, mentre ad Agrippa Furio e a Servio Sulpicio toccarono i Sapienati. Si combatté prima con i Volsinensi, in una guerra che pur risultando notevole per spiegamento di nemici in campo, non certo dura militarmente. Infatti l'esercito nemico venne sbaragliato al primo assalto e messo in fuga. Durante la ritirata precipitosa, otto mila fanti, tagliati fuori dalla cavalleria romana, gettarono le armi e si arresero. La notizia di quel combattimento indusse i Sapienati a non rischiare lo scontro in campo aperto: e si andarono a mettere al sicuro, pronti a difendersi al riparo delle loro fortificazioni. I Romani, senza trovare alcuna resistenza alle proprie scorrerie, razziarono qua e là tanto il territorio dei Sapienati quanto quello dei Volsiniesi, finché questi ultimi non si stancarono della guerra e ottennero una tregua ventennale a patto di restituire al popolo romano quanto sottratto e di corrispondere ai soldati le paghe di quell'anno. Nel corso di quello stesso anno, un plebeo di nome Marco Cedicio riferì ai tribuni di aver sentito nel cuore della notte, mentre si trovava nella Via Nuova (dove oggi c'è un tempietto al di sopra del tempio di Vesta), una voce ben più squillante di una voce umana ordinargli di comunicare ai magistrati che i Galli si stavano avvicinando a Roma. L'informazione data da Cedicio, come sempre succede, non venne tenuta in alcuna considerazione a causa della bassa estrazione dell'uomo che l'aveva riferita, e anche perché quella popolazione viveva troppo lontano e proprio per questo non era gran che conosciuta. Così, mentre il destino incombeva ormai minaccioso sul loro futuro, i Romani non si limitarono a disprezzare i moniti provenienti dal cielo, ma allontanarono anche dalla città il solo aiuto umano su cui potessero contare, e cioè Marco Furio. Citato in giudizio dal tribuno della plebe Lucio Apuleio in relazione al bottino di Veio e privato proprio in quello stesso periodo di un figlio in tenera età, Camillo convocò a casa sua tutti i compagni di tribù e i clienti (che per la maggior parte erano plebei) e ne sondò gli animi. Siccome essi gli risposero che avrebbero raccolto la somma necessaria per pagare l'eventuale ammenda comminatagli, ma che non potevano assolverlo dalla colpa, egli partì alla volta dell'esilio pregando gli dèi immortali che, se doveva subire, innocente, quell'ingiustizia, i suoi ingrati cittadini sentissero al più presto il desiderio di riaverlo tra loro. Fu condannato in contumacia a un'ammenda di 15.000 assi.