Traduzione di Paragrafo 28, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Camillus meliore multo laude quam cum triumphantem albi per urbem vexerant equi insignis, iustitia fideque hostibus victis cum in urbem redisset, taciti eius verecundiam non tulit senatus quin sine mora voti liberaretur; crateramque auream donum Apollini Delphos legati qui ferrent, L. Valerius L. Sergius A. Manlius, missi longa una nave, haud procul freto Siculo a piratis Liparensium excepti devehuntur Liparas. Mos erat civitatis velut publico latrocinio partam praedam dividere. Forte eo anno in summo magistratu erat Timasitheus quidam, Romanis vir similior quam suis; qui legatorum nomen donumque et deum cui mitteretur et doni causam veritus ipse multitudinem quoque, quae semper ferme regenti est similis, religionis iustae implevit, adductosque in publicum hospitium legatos cum praesidio etiam navium Delphos prosecutus, Romam inde sospites restituit. Hospitium cum eo senatus consulto est factum donaque publice data. Eodem anno in Aequis varie bellatum, adeo ut in incerto fuerit et apud ipsos exercitus et Romae vicissent victine essent. Imperatores Romani fuere ex tribunis militum C. Aemilius Sp. Postumius. Primo rem communiter gesserunt; fusis inde acie hostibus, Aemilium praesidio Verruginem obtinere placuit, Postumium fines vastare. Ibi eum incomposito agmine neglegentius ab re bene gesta euntem adorti Aequi terrore iniecto in proximos compulere tumulos; pavorque inde Verruginem etiam ad praesidium alterum est perlatus. Postumius suis in tutum receptis cum contione advocata terrorem increparet ac fugam, fusos esse ab ignavissimo ac fugacissimo hoste, conclamat universus exercitus merito se ea audire et fateri admissum flagitium, sed eosdem correcturos esse neque diuturnum id gaudium hostibus fore. Poscentes ut confestim inde ad castra hostium duceret - et in conspectu erant, posita in plano - nihil poenae recusabant ni ea ante noctem expugnassent. Conlaudatos corpora curare paratosque esse quarta vigilia iubet. Et hostes nocturnam fugam ex tumulo Romanorum ut ab ea via quae ferebat Verruginem excluderent, fuere obvii; proeliumque ante lucem - sed luna pernox erat - commissum est. [Et] haud incertius diurno proelium fuit; sed clamor Verruginem perlatus, cum castra Romana crederent oppugnari, tantum iniecit pavoris ut nequiquam retinente atque obsecrante Aemilio Tusculum palati fugerent. Inde fama Romam perlata est Postumium exercitumque occisum. Qui ubi prima lux metum insidiarum effuse sequentibus sustulit, cum perequitasset aciem promissa repetens, tantum iniecit ardoris ut non ultra sustinuerint impetum Aequi. Caedes inde fugientium, qualis ubi ira magis quam virtute res geritur, ad perniciem hostium facta est; tristemque ab Tusculo nuntium nequiquam exterrita civitate litterae a Postumio laureatae sequuntur, victoriam populi Romani esse, Aequorum exer citum deletum.

Traduzione all'italiano


Camillo, dopo aver vinto i nemici grazie al suo senso di equità e di lealtà, ritornò a Roma salutato da consensi ben più calorosi di quanti non gliene fossero stati tributati quando era passato in trionfo attraverso la città su un cocchio trainato da cavalli bianchi. E il senato, pur non avendo sentito da parte di Camillo alcun accenno alla cosa, volle che venisse affrancato, senza ulteriori indugi, dal voto fatto. E così a Lucio Valerio, Lucio Sergio e Aulo Manlio venne affidato il compito di portare a Delfi il cratere d'oro destinato in dono ad Apollo. Ma siccome viaggiavano su una sola nave da guerra, i tre inviati vennero catturati da pirati di Lipari nei pressi dello stretto di Messina e quindi tradotti a Lipari. Sull'isola c'era l'abitudine di dividere il bottino fatto, come se la pirateria fosse una sorta di attività pubblica. Ma per puro caso la carica più importante del paese era affidata quell'anno a un certo Timasiteo, uomo affine più ai Romani che non ai propri conterranei. Pieno di rispetto per il titolo di ambasciatore, per il dono che i tre stavano portando, ma anche per il dio cui esso era destinato e le ragioni che ne motivavano l'invio, riuscì a trasferire anche nel popolo, che di solito somiglia sempre moltissimo agli individui da cui è governato, un giusto scrupolo di natura religiosa. E dopo aver offerto pubblica ospitalità agli ambasciatori, organizzò anche una scorta navale per accompagnarli a Delfi, da dove poi li fece riportare a Roma sani e salvi. Un decreto del Senato sancì l'istituzione di un vincolo di ospitalità con Timasiteo, cui vennero anche inviati dei doni a nome dello Stato. Quello stesso anno si combatté contro gli Equi: l'esito della guerra fu però così incerto che tanto a Roma quanto presso gli eserciti stessi rimase il dubbio se si fosse avuta la meglio o meno. I comandanti in capo della spedizione erano due tribuni militari, e cioè Gaio Emilio e Spurio Postumio. All'inizio delle operazioni agirono di conserva. Una volta sbaragliati i nemici in battaglia, decisero invece che Emilio avrebbe presidiato Verrugine e Postumio messo a ferro e fuoco le campagne dei dintorni. Mentre, nell'euforia del recente successo, trascurava le precauzioni e lasciava che le truppe marciassero in disordine, fu assalito dagli Equi che gettarono il panico tra i suoi uomini costringendoli a riparare sulle colline più vicine. Di lì lo stato di allarme si diffuse arrivando a contagiare anche la guarnigione rimasta a Verrugine. Postumio, dopo aver guidato i suoi uomini in un punto sicuro, convocò l'adunata generale e quando li ebbe tutti di fronte a sé li rimproverò severamente per il panico dal quale si erano lasciati prendere e per la fuga, rimproverandoli di essersi fatti sbaragliare da un nemico di scarsissimo valore e sempre pronto a darsela a gambe. La risposta dell'esercito echeggiò unanime: tutti gli uomini ammisero di essersi meritati quei rimproveri, di essersi macchiati di un'infamia, ma promisero anche che si sarebbero rifatti e che la gioia del nemico non sarebbe durata a lungo. Chiedendo poi con insistenza di essere guidati all'attacco dell'accampamento nemico (visibile da quel punto perché piazzato nella piana sottostante la collina), dichiararono che avrebbero accettato qualsiasi tipo di castigo se non fossero riusciti a conquistarlo prima del tramonto. Dopo averli elogiati, Postumio li invitò a riposare e a farsi trovare pronti prima dell'alba. Anche i nemici, per impedire che durante la notte i Romani - dall'altura su cui si erano attestati - tentassero la fuga per la strada diretta a Verrugine, andarono loro incontro e la battaglia ebbe luogo prima del sorgere del sole (ma quella notte c'era la luna piena e così si poté combattere come se fosse stato di giorno). Il frastuono della battaglia arrivato fino a Verrugine indusse i soldati a pensare che l'accampamento romano fosse in balia di un attacco nemico: ne seguì un tale scompiglio che gli uomini, non ostante i reiterati tentativi di Emilio per mantenerne il controllo, fuggirono disperdendosi in direzione di Tuscolo. Di lì fu portata a Roma la notizia che Postumio e il suo esercito erano stati massacrati. E invece Postumio, quando le prime luci del giorno ebbero dissipato ogni dubbio circa eventuali imboscate nel caso di un inseguimento disordinato, attraversando a cavallo le linee dei suoi e ricordando loro la promessa fatta, infuse una tale carica che gli Equi non riuscirono a reggere più a lungo l'attacco. L'uccisione dei nemici in fuga - come sempre succede quando si combatte spinti dall'ira più che dal valor militare - si concluse con uno sterminio. Alla triste notizia che da Tuscolo aveva raggiunto Roma precipitandone gli abitanti in un inutile panico fece séguito una lettera ornata d'oro inviata da Postumio nella quale il generale annunciava la vittoria del popolo romano e la disfatta dell'esercito degli Equi.