Traduzione di Paragrafo 26, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Comitiis tribunorum militum patres summa ope evicerunt ut M. Furius Camillus crearetur. Propter bella simulabant parari ducem; sed largitioni tribuniciae adversarius quaerebatur. Cum Camillo creati tribuni militum consulari potestate L. Furius Medullinus sextum C. Aemilius L. Valerius Publicola Sp. Postumius P. Cornelius iterum. Principio anni tribuni plebis nihil moverunt, donec M. Furius Camillus in Faliscos, cui id bellum mandatum erat, proficisceretur. Differendo deinde elanguit res, et Camillo quem adversarium maxime metuerant gloria in Faliscis crevit. Nam cum primo moenibus se hostes tenerent tutissimum id rati, populatione agrorum atque incendiis villarum coegit eos egredi urbe. Sed timor longius progredi prohibuit; mille fere passuum ab oppido castra locant, nulla re alia fidentes ea satis tuta esse quam difficultate aditus, asperis confragosisque circa, et partim artis, partim arduis viis. Ceterum Camillus, captivum indidem ex agris secutus ducem, castris multa nocte motis, prima luce aliquanto superioribus locis se ostendit. Trifariam Romani muniebant; alius exercitus proelio intentus stabat. Ibi impedire opus conatos hostes fundit fugatque; tantumque inde pavoris Faliscis iniectum est, ut effusa fuga castra sua quae propiora erant praelati urbem peterent. Multi caesi vulneratique priusquam paventes portis inciderent; castra capta; praeda ad quaestores redacta cum magna militum ira; sed severitate imperii victi eandem virtutem et oderant et mirabantur. Obsidio inde urbis et munitiones, et interdum per occasionem impetus oppidanorum in Romanas stationes proeliaque parva fieri et teri tempus neutro inclinata spe, cum frumentum copiaeque aliae ex ante convecto largius obsessis quam obsidentibus suppeterent. Videbaturque aeque diuturnus futurus labor ac Veiis fuisset, ni fortuna imperatori Romano simul et cognitae rebus bellicis virtutis specimen [et] maturam victoriam dedisset.

Traduzione all'italiano


Quando arrivò il giorno delle elezioni dei tribuni, i senatori riuscirono, anche se con uno sforzo enorme, a ottenere la nomina di Marco Furio Camillo, adducendo come pretesto la necessità di avere un comandante per le guerre (mentre in realtà cercavano un uomo adatto a contrastare la prodigalità eccessiva dei tribuni). Insieme a Camillo ottennero la carica di tribuni militari con potere consolare Lucio Furio Medullino (per la sesta volta), Gaio Emilio, Lucio Valerio Publicola, Spurio Postumio e Publio Cornelio (per la seconda volta). All'inizio dell'anno i tribuni della plebe non presero alcuna iniziativa, nell'attesa che Furio Camillo - cui era toccato il comando delle operazioni - marciasse contro i Falisci. Poi, a forza di rinvii, la lotta cominciò a perdere mordente, proprio mentre la figura di Camillo, di gran lunga l'avversario più temibile per i tribuni, riacquistava prestigio grazie alle gloriose imprese compiute contro i Falisci. All'inizio delle operazioni, i nemici si erano asserragliati all'interno della cerchia muraria, ritenendo questa tattica il sistema di difesa più sicuro. Ma Camillo, dopo aver devastato le campagne dei dintorni e incendiato delle fattorie, li costrinse ad uscire dalla città. Bloccati però dal timore di sbilanciarsi troppo in avanti, i Falisci si andarono ad accampare a circa un miglio di distanza dalla città, confidando come unica risorsa nella difficoltà di raggiungere quel punto che si trovava in mezzo ad aspri dirupi cui si poteva accedere tramite strade che erano o ripide o strette. Ma Camillo, impiegando come guida un prigioniero che era proprio di quelle parti, si mise in marcia nel cuore della notte e alle prime luci del giorno apparve in un punto ben più alto. I Romani, divisi in tre gruppi, cominciarono la costruzione di una trincea, mentre il resto dell'esercito non impegnato nei lavori venne piazzato in posizione di combattimento. E lì, quando i nemici tentarono di ostacolare la costruzione, vennero sbaragliati e messi in fuga. Il panico dei Falisci in rotta disordinata fu tale da spingerli a superare di slancio l'accampamento che era là a due passi e a rifugiarsi in città. Molti di essi, in preda com'erano della paura, vennero uccisi o feriti prima di esser riusciti a raggiungere le porte. L'accampamento venne conquistato e il bottino consegnato ai questori, anche se con grande ira dei soldati che, piegati dalla durezza dell'ordine impartito, non poterono non ammirare e detestare nel contempo la probità del loro comandante. Di lì a poco ebbe inizio l'assedio della città con tanto di macchine, e di tanto in tanto, non appena se ne presentava l'occasione, i Falisci facevano delle sortite contro i posti di guardia romani, dando vita a brevi scaramucce. Il tempo passava senza che le sorti della guerra pendessero verso l'uno e l'altro contendente, perché le scorte di grano e le altre provviste accumulate dai Falisci prima della guerra erano più sostanziose di quelle in possesso dei Romani. Ormai si aveva l'impressione che l'assedio fosse destinato a durare quanto quello sostenuto sotto Veio. E così sarebbe stato se la fortuna non avesse concesso al generale romano l'opportunità di offrire una dimostrazione delle sue ben note capacità in materia di strategia militare e contemporaneamente un'immediata vittoria.