Traduzione di Paragrafo 22, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Postero die libera corpora dictator sub corona vendidit. Ea sola pecunia in publicum redigitur, haud sine ira plebis; et quod rettulere secum praedae, nec duci, qui ad senatum malignitatis auctores quaerendo rem arbitrii sui reiecisset, nec senatui, sed Liciniae familiae, ex qua filius ad senatum rettulisset, pater tam popularis sententiae auctor fuisset, acceptum referebant. Cum iam humanae opes egestae a Veiis essent, amoliri tum deum dona ipsosque deos, sed colentium magis quam rapientium modo, coepere. Namque delecti ex omni exercitu iuvenes, pure lautis corporibus, candida veste, quibus deportanda Romam regina Iuno adsignata erat, venerabundi templum iniere, primo religiose admoventes manus, quod id signum more Etrusco nisi certae gentis sacerdos attractare non esset solitus. Dein cum quidam, seu spiritu divino tactus seu iuvenali ioco, "visne Romam ire, Iuno?" Dixisset, adnuisse ceteri deam conclamaverunt. Inde fabulae adiectum est vocem quoque dicentis velle auditam; motam certe sede sua parvi molimenti adminiculis, sequentis modo accepimus levem ac facilem tralatu fuisse, integramque in Aventinum aeternam sedem suam quo vota Romani dictatoris vocaverant perlatam, ubi templum ei postea idem qui voverat Camillus dedicavit. Hic Veiorum occasus fuit, urbis opulentissimae Etrusci nominis, magnitudinem suam vel ultima clade indicantis, quod decem aestates hiemesque continuas circumsessa cum plus aliquanto cladium intulisset quam accepisset, postremo iam fato quoque urgente, operi bus tamen, non vi expugnata est.

Traduzione all'italiano


Il giorno dopo il dittatore vendette come schiavi tutti gli abitanti di condizione libera. La somma che se ne ricavò fu il solo denaro finito nel tesoro dello Stato, non senza ira della plebe. Quanto poi al bottino che i soldati riuscirono a portarsi a casa, dissero di non doverlo né al comandante, reo di aver rimesso al senato una decisione di sua competenza, per trovare dei responsabili per la sua avara distribuzione, né tantomeno al senato, bensì soltanto alla famiglia Licinia, tra i cui membri c'era stato un figlio relatore al senato di una legge così favorevole al popolo e proposta dal padre. Quando i beni privati erano già stati asportati da Veio, i vincitori cominciarono a portarsi via anche i tesori degli dèi e gli dèi stessi, pur facendolo però con spirito di autentica devozione e non con foga da razziatori. Infatti all'interno di tutto l'esercito vennero scelti dei giovani che, dopo essersi lavati accuratamente e aver indossato una veste bianca, ebbero l'incarico di trasferire a Roma Giunone Regina. Una volta entrati nel tempio pieni di reverenza, essi in un primo tempo accostarono piamente le mani al simulacro della dea perché secondo la tradizione etrusca quell'immagine non doveva esser toccata se non da un sacerdote proveniente da una certa famiglia. Poi, quando uno di essi, vuoi per ispirazione divina, vuoi per celia giovanile, disse, rivolto al simulacro: "Vuoi venire a Roma, Giunone?", tutti gli altri gridarono festanti che la dea aveva fatto un cenno di assenso con la testa. In séguito alla storia venne anche aggiunto il particolare che era stata udita la voce della dea rispondere di sì. Di certo però sappiamo che (come se la statua avesse voluto seguire volontariamente quel gruppo di giovani) non ci vollero grossi sforzi di macchine per rimuoverla dalla sua sede: facile e leggera a trasportarsi, la dea approdò integra sull'Aventino, in quella zona cioè che le preghiere del dittatore avevano invocato come la sede naturale a lei destinata per l'eternità e dove in séguito Camillo le dedicò il tempio da lui stesso promesso nel pieno della guerra. Questa fu la fine di Veio, la città più ricca di tutto il mondo etrusco e capace di dare prova della propria grandezza anche nel momento estremo della disfatta: dopo un assedio durato dieci estati e altrettanti inverni durante i quali aveva inflitto perdite ben più gravose di quante non ne avesse subite, alla fine, anche se incalzata ormai anche dal destino avverso, ciò non ostante fu espugnata grazie all'ingegneria militare e non alla forza vera e propria.