Traduzione di Paragrafo 16, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Priusquam a Delphis oratores redirent Albanive prodigii piacula invenirentur, novi tribuni militum consulari potestate, L. Iulius Iulus L. Furius Medullinus quartum L. Sergius Fidenas A. Postumius Regillensis P. Cornelius Maluginensis A. Manlius magistratum inierunt. Eo anno Tarquinienses novi hostes exorti. Qui quia multis simul bellis, Volscorum ad Anxur, ubi praesidium obsidebatur, Aequorum ad Labicos, qui Romanam ibi coloniam oppugnabant, ad hoc Veientique et Falisco et Capenati bello occupatos videbant Romanos, nec intra muros quietiora negotia esse certaminibus patrum ac plebis, inter haec locum iniuriae rati esse, praedatum in agrum Romanum cohortes expeditas mittunt: aut enim passuros inultam eam iniuriam Romanos ne novo bello se onerarent, aut exiguo eoque parum valido exercitu persecuturos. Romanis indignitas maior quam cura populationis Tarquiniensium fuit; eo nec magno conatu suscepta nec in longum dilata res est. A. Postumius et L. Iulius, non iusto dilectu - etenim ab tribunis plebis impediebantur - sed prope voluntariorum quos adhortando incitaverant coacta manu, per agrum Caeretem obliquis tramitibus egressi, redeuntes a populationibus gravesque praeda Tarquinienses oppressere. Multos mortales obtruncant, omnes exuunt impedimentis, et receptis agrorum suorum spoliis Romam revertuntur. Biduum ad recognoscendas res datum dominis; tertio incognita - erant autem ea pleraque hostium ipsorum - sub hasta veniere quodque inde redactum militibus est divisum. Cetera bella maximeque Veiens incerti exitus erant. Iamque Romani desperata ope humana fata et deos spectabant, cum legati ab Delphis venerunt, sortem oraculi adferentes congruentem responso captivi vatis: "Romane, aquam Albanam cave lacu contineri, cave in mare manare suo flumine sinas; emissam per agros rigabis dissipatamque rivis exstingues; tum tu insiste audax hostium muris, memor quam per tot annos obsides urbem ex ea tibi his quae nunc panduntur fatis victoriam datam. Bello perfecto donum amplum victor ad mea templa portato, sacraque patria, quorum omissa cura est, instaurata ut adsolet facito."

Traduzione all'italiano


Prima che questi inviati fossero rientrati a Roma e fosse stato trovato il modo di placare gli dèi per il prodigio del lago Albano, entrarono in carica dei nuovi tribuni militari con potere consolare, i cui nomi erano Lucio Giulio Iulo, Lucio Furio Medullino (per la quarta volta), Lucio Sergio Fidenate, Aulo Postumio Regillense, Publio Cornelio Maluginense e Aulo Manlio. In quell'anno spuntarono all'orizzonte dei nuovi nemici: si trattava degli abitanti di Tarquinia. Essi, vedendo che i Romani erano impegnati contemporaneamente su più fronti di guerra (con i Volsci che stavano assediando il presidio armato di Anxur, con gli Equi che avevano attaccato la colonia romana di Labico e ancora con i Veienti, i Capenati e i Falisci), e constatando che all'interno delle mura cittadine la situazione non era certo più tranquilla a causa degli scontri tra patrizi e plebei, convinti che in mezzo a tutti quei problemi ci fosse spazio per un'azione di disturbo, inviarono delle truppe armate alla leggera a fare razzie nella campagna romana. I Tarquinensi ritenevano che i Romani avrebbero incassato il colpo senza tentare la vendetta per evitare il peso di un ulteriore fronte bellico, oppure sarebbero scesi in campo con poche forze e perciò non all'altezza della situazione. E invece i Romani, più che preoccuparsi dell'incursione fatta dai Tarquinensi, reagirono indignandosi, senza perciò fare grossi preparativi né tuttavia lasciare che la cosa andasse troppo per le lunghe. Aulo Postumio e Lucio Giulio, non potendo ricorrere a una regolare leva militare per la ferma opposizione dei tribuni della plebe, e facendo ricorso a un contingente di uomini costituito quasi solo da volontari raccolti a forza di appelli e accalorati proclami, marciarono per scorciatoie attraverso la campagna di Cere e sorpresero i Tarquinensi che stavano ritornando alla base carichi di bottino. Molti li massacrarono. Ma a tutti tolsero il bagaglio, e rientrarono in città riportando ciò che era stato depredato dalle loro campagne. Chi era stato derubato ebbe tempo due giorni per identificare le sue proprietà. Tutti gli oggetti che il terzo giorno non avevano trovato un padrone - si trattava per lo più di roba dei nemici - venne venduto all'asta e il ricavato diviso tra i soldati. Le altre guerre, e soprattutto quella contro Veio, erano ancora in una fase di stallo. E mentre i Romani, disperando ormai nell'aiuto che poteva arrivare dagli uomini, guardavano al destino e agli dèi, gli inviati tornarono da Delfi con un responso che coincideva con le parole dell'aruspice prigioniero: "O Romano, non lasciare che l'acqua rimanga all'interno del lago Albano o che finisca in mare seguendo un suo canale naturale. La farai defluire nei campi e la disperderai dividendola in ruscelli. Fatto ciò, incalza con forza e coraggio le mura nemiche, ricordandoti che dal destino che oggi ti è stato rivelato ti sarà concessa la vittoria su quella città da te assediata per così tanti anni. Una volta conclusa la guerra da vincitore, porta al mio tempio un ricco dono, e i riti sacri della patria, che sono stati negletti, rinnovali e ripetili secondo la tradizione di un tempo."