Traduzione di Paragrafo 15, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Prodigia interim multa nuntiari, quorum pleraque et quia singuli auctores erant parum credita spretaque, et quia, hostibus Etruscis, per quos ea procurarent haruspices non erant: in unum omnium curae versae sunt quod lacus in Albano nemore, sine ullis caelestibus aquis causave qua alia quae rem miraculo eximeret, in altitudinem insolitam crevit. Quidnam eo di portenderent prodigio missi sciscitatum oratores ad Delphicum oraculum. Sed propior interpres fatis oblatus senior quidam Veiens, qui inter cavillantes in stationibus ac custodiis milites Romanos Etruscosque vaticinantis in modum cecinit priusquam ex lacu Albano aqua emissa foret nunquam potiturum Veiis Romanum. Quod primo velut temere iactum sperni, agitari deinde sermonibus coeptum est donec unus ex statione Romana percontatus proximum oppidanorum, iam per longinquitatem belli commercio sermonum facto, quisnam is esset qui per ambages de lacu Albano iaceret, postquam audivit haruspicem esse, vir haud intacti religione animi, causatus de privati portenti procuratione si operae illi esset consulere velle, ad conloquium vatem elicuit. Cumque progressi ambo a suis longius essent inermes sine ullo metu, praevalens iuvenis Romanus senem infirmum in conspectu omnium raptum nequiquam tumultuantibus Etruscis ad suos transtulit. Qui cum perductus ad imperatorem, inde Romam ad senatum missus esset, sciscitantibus quidnam id esset quod de lacu Albano docuisset, respondit profecto iratos deos Veienti populo illo fuisse die quo sibi eam mentem obiecissent ut excidium patriae fatale proderet. Itaque quae tum cecinerit divino spiritu instinctus, ea se nec ut indicta sint revocare posse, et tacendo forsitan quae di immortales volgari velint haud minus quam celanda effando nefas contrahi. Sic igitur libris fatalibus, sic disciplina Etrusca traditum esse, [ut] quando aqua Albana abundasset, tum si eam Romanus rite emisisset victoriam de Veientibus dari; antequam id fiat deos moenia Veientium deserturos non esse. Exsequebatur inde quae sollemnis derivatio esset; sed auctorem levem nec satis fidum super tanta re patres rati decrevere legatos sortesque oraculi Pythici exspectandas.

Traduzione all'italiano


Nel frattempo vennero annunciati molti eventi prodigiosi, la maggior parte dei quali erano disprezzati e tenuti in scarsissimo conto innanzitutto per il fatto che ciascun fenomeno riportato vantava un unico testimone e poi, essendo in quel frangente gli Etruschi dei nemici, perché a Roma c'era grande penuria di aruspici, che di solito venivano impiegati per scongiurare i cattivi presagi. Il solo fatto che destò preoccupazione fu l'inusuale innalzamento del livello del lago situato all'interno del bosco Albano, fenomeno questo dovuto non a normali precipitazioni atmosferiche o a qualche altra causa che potesse escluderne l'origine miracolosa. Per scoprire cosa gli dèi volessero preannunciare con quell'evento prodigioso, vennero inviati degli ambasciatori all'oracolo di Delfi. Ma un interprete più vicino venne offerto dal fato nella persona di un vecchio di Veio: costui, mentre i soldati romani e quelli etruschi si prendevano in giro dai posti di guardia e dalle garitte, annunziò in tono da vaticinio che i Romani non si sarebbero mai impadroniti di Veio prima che le acque del lago Albano fossero tornate al livello di sempre. Sulle prime le parole del vecchio vennero catalogate con disprezzo come una battuta gettata lì e priva di fondamento. Poi però si cominciò a discuterne, fino a quando un romano in servizio presso uno dei posti di guardia domandò al Veiente che gli stava più a portata di mano (la guerra durava ormai da così tanto tempo che assediatori e assediati si parlavano a distanza) chi fosse mai quell'uomo che osava proferire sentenze sibilline sul lago Albano. Quando si sentì rispondere che si trattava di un aruspice, poiché egli stesso era sensibile allo scrupolo religioso, adducendo come pretesto di volerlo consultare - se gli era possibile - per una cerimonia purificatoria circa un fatto prodigioso di natura privata, riuscì a indurre il vate a un colloquio. E quando i due, disarmati e senza alcun timore, si furono allontanati un po' a piedi dai rispettivi compagni, ecco che il romano, più giovane e robusto, afferrò il vecchio debole davanti agli occhi di tutti e, tra le vane e rabbiose proteste degli Etruschi, lo trascinò via verso i propri commilitoni. Una volta portato di fronte al comandante, venne da quest'ultimo inviato a Roma. E qui, ai senatori che gli domandavano che cosa avesse voluto dire con quella frase sul lago Albano, egli rispose che quel giorno gli dèi dovevano di certo essere infuriati con il popolo di Veio perché avevano deciso di indurlo a rivelare il tragico destino di distruzione riservato alla sua patria. Pertanto ciò che in quell'occasione egli aveva vaticinato sull'onda dell'ispirazione divina ora non poteva certo ritirarlo come se non fosse stato detto. E poi, tacendo una cosa che gli dèi volevano fosse risaputa, probabilmente avrebbe commesso un'empietà non meno che se avesse rivelato a viva voce ciò che era destinato a rimanere nascosto. Così era scritto nei loro libri dei fati e così era stato tramandato dall'arte divinatoria degli Etruschi: quando le acque del lago Albano tracimassero, i Romani avrebbero avuto la meglio sui Veienti se in quella precisa occasione avessero fatto defluire le acque secondo la procedura rituale. Finché però non si fosse verificato tutto questo, gli dèi non avrebbero abbandonato le mura di Veio. Il vecchio passò poi a spiegare in che cosa consistesse lo scarico rituale dell'acqua. Ma i senatori, dando scarso credito all'autorità di quell'uomo e non considerandolo sufficientemente affidabile per una questione di tale importanza, decisero di aspettare gli ambasciatori di ritorno da Delfi con il responso della Pizia.