Traduzione di Paragrafo 14, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


Haec eo anno acta; et iam comitia tribunorum militum aderant, quorum prope maior patribus quam belli cura erat, quippe non communicatum modo cum plebe sed prope amissum cernentibus summum imperium. Itaque clarissimis viris ex composito praeparatis ad petendum quos praetereundi verecundiam crederent fore, nihilo minus ipsi perinde ac si omnes candidati essent cuncta experientes non homines modo sed deos etiam exciebant, in religionem vertentes comitia biennio habita: priore anno intolerandam hiemem prodigiisque divinis similem coortam, proximo non prodigia sed iam eventus: pestilentiam agris urbique inlatam haud dubia ira deum, quos pestis eius arcendae causa placandos esse in libris fatalibus inventum sit; comitiis auspicato quae fierent indignum dis visum honores volgari discriminaque gentium confundi. Praeterquam maiestate petentium, religione etiam attoniti homines patricios omnes, partem magnam honoratissimum quemque, tribunos militum consulari potestate creavere, L. Valerium Potitum quintum M. Valerium Maximum M. Furium Camillum iterum L. Furium Medullinum tertium Q. Servilium Fidenatem iterum Q. Sulpicium Camerinum iterum. His tribunis ad Veios nihil admodum memorabile actum est; tota vis in populationibus fuit. Duo summi imperatores, Potitus a Faleriis, Camillus a Capena praedas ingentes egere, nulla incolumi relicta re cui ferro aut igni noceri posset.

Traduzione all'italiano


Ecco gli avvenimenti di quell'anno. Le elezioni dei tribuni militari intanto erano ormai alle porte e i patrizi se ne preoccupavano più di quanto non facessero per la guerra perché si rendevano conto che le massime cariche del paese non erano state soltanto divise con i plebei ma ormai quasi del tutto perse. Perciò i patrizi, pur avendo di comune accordo deciso di presentare i membri più insigni della loro classe - uomini che a loro detta era impossibile non venissero presi in considerazione dall'elettorato -, ciò non ostante essi stessi, senza lasciare nulla di intentato e come se fossero tutti candidati, fecero intervenire non solo gli uomini ma anche gli dèi, cercando di gettare l'ombra del sacrilegio sulle elezioni di due anni prima. Dicevano che l'anno precedente l'inverno era stato così rigido da sembrare un vero monito degli dèi e che il successivo non aveva avuto semplici avvisaglie prodigiose ma vere realtà di fatto: la pestilenza abbattutasi sulle campagne e sulla città era senza dubbio il prodotto dell'ira degli dèi, che - come era emerso dalla consultazione dei libri sibillini - andava placata per interrompere l'imperversare dell'epidemia. Nelle elezioni tenute sotto i regolari auspici, agli dèi era sembrato indegno che le cariche più importanti venissero aperte a tutti e che non ci fosse più alcuna distinzione tra le famiglie. Così, non solo per il grande prestigio dei candidati in lizza, ma anche per gli scrupoli religiosi, la gente elesse tribuni militari con potere consolare tutti patrizi, buona parte dei quali risultavano essere tra i più illustri della classe. Si trattava infatti di Lucio Valerio Potito (per la quinta volta), di Marco Valerio Massimo, di Marco Furio Camillo (per la seconda volta), di Lucio Furio Medullino (per la terza volta), di Quinto Servilio Fidenate e di Quinto Sulpicio Camerino (entrambi alla loro seconda esperienza). Durante il loro mandato, sotto le mura di Veio non ci furono iniziative degne di essere menzionate. L'intero spiegamento di forze venne impiegato in saccheggi. I due comandanti in capo delle operazioni, Potito e Camillo, portarono via rispettivamente da Faleri e da Capena un enorme bottino, senza lasciare intatto nulla che potesse esser distrutto dal ferro o dal fuoco.