Traduzione di Paragrafo 10, Libro 5 di Livio

Versione originale in latino


L. Valerio Potito quartum M. Furio Camillo iterum M'. Aemilio Mamerco tertium Cn. Cornelio Cosso iterum K. Fabio Ambusto L. Iulio Iulo tribunis militum consulari potestate multa domi militiaeque gesta; nam et bellum multiplex fuit eodem tempore, ad Veios et ad Capenam et ad Falerios et in Volscis ut Anxur ab hostibus reciperaretur, et Romae simul dilectu simul tributo conferendo laboratum est, et de tribunis plebi cooptandis contentio fuit, et haud parvum motum duo iudicia eorum qui paulo ante consulari potestate fuerant excivere. Omnium primum tribunis militum fuit, dilectum haberi; nec iuniores modo conscripti sed seniores etiam coacti nomina dare ut urbis custodiam agerent. Quantum autem augebatur militum numerus, tanto maiore pecunia in stipendium opus erat, eaque tributo conferebatur, invitis conferentibus qui domi remanebant, quia tuentibus urbem opera quoque militari laborandum serviendumque rei publicae erat. Haec per se gravia indigniora ut viderentur tribuni plebis seditiosis contionibus faciebant, ideo aera militibus constituta esse arguendo ut plebis partem militia partem tributo conficerent. Unum bellum annum iam tertium trahi et consulto male geri ut diutius gerant. In quattuor deinde bella uno dilectu exercitus scriptos, et pueros quoque ac senes extractos. Iam non aestatis nec hiemis discrimen esse, ne ulla quies unquam miserae plebi sit; quae nunc etiam vectigalis ad ultimum facta sit, ut cum confecta labore volneribus postremo aetate corpora rettulerint incultaque omnia diutino dominorum desiderio domi invenerint, tributum ex adfecta re familiari pendant aeraque militaria, velut fenore accepta, multiplicia rei publicae reddant. Inter dilectum tributumque et occupatos animos maiorum rerum curis, comitiis tribunorum plebis numerus expleri nequiit. Pugnatum inde in loca vacua ut patricii cooptarentur. Postquam obtineri non poterat, tamen labefactandae legis [tribuniciae] causa effectum est ut cooptarentur tribuni plebis C. Lacerius et M. Acutius, haud dubie patriciorum opibus

Traduzione all'italiano


L'anno in cui furono tribuni militari con potere consolare Lucio Valerio Potito (per la quarta volta), Marco Furio Camillo (per la seconda volta), Manio Emilio Mamerco (per la terza volta), Gneo Cornelio Cosso (per la seconda volta), Cesone Fabio Ambusto e Lucio Giulio Iulo si verificarono episodi notevoli tanto a Roma quanto sul fronte bellico. Nello stesso lasso di tempo ci fu infatti una guerra su più fronti - e cioè contro Veio, Capena, Faleri e i Volsci - per recuperare la piazzaforte di Anxur caduta in mani nemiche, e contemporaneamente a Roma si ebbero difficoltà tanto per la realizzazione della leva militare quanto per il pagamento di un tributo; inoltre ci si scontrò sull'eventuale cooptazione di tribuni della plebe e notevole agitazione venne suscitata da due processi intentati contro coloro che poco tempo prima avevano detenuto il potere consolare. Innanzi tutto i tribuni si occuparono della leva militare: vennero arruolati non solo i più giovani ma anche i più anziani furono costretti ad iscriversi per prestare servizio di vigilanza in città. Però quanto più aumentava il numero degli effettivi, tanto maggiore diventava la somma necessaria per il pagamento degli stipendi. E questo denaro i tribuni cercarono di rastrellarlo con l'imposizione di una tassa che i cittadini rimasti a Roma pagarono malvolentieri perché, dovendo già proteggere la città, avevano anche il compito di sopportare le fatiche militari e servire la causa del paese. Perché questa contribuzione, già di per sé gravosa, sembrasse ancora più vergognosa, i tribuni della plebe pronunciarono dei discorsi faziosi nei quali sostenevano che l'idea di corrispondere una paga ai soldati avesse come unica motivazione il desiderio di danneggiare parte della plebe inviandola al fronte e stremarne il resto con l'imposizione di quella tassa. Ora era il terzo anno che trascinavano avanti un'unica guerra, gestendola apposta nella peggiore delle maniere solo per farla durare più a lungo. E ancora: con un'unica leva militare avevano arruolato eserciti per quattro guerre, portandosi via anche vecchi e bambini. Ormai non c'era più alcuna differenza tra estate e inverno, perché la misera plebe non avesse più requie e adesso, come ultima trovata, le si imponeva anche una tassa. Tutto in maniera tale che, una volta riusciti a riportare a casa i corpi stremati dalla fatica, dalle ferite e infine dall'età avanzata, i plebei trovassero i propri campi nello squallore per la prolungata assenza dei proprietari e dovessero pagare una tassa facendo ricorso ai loro patrimoni ormai dissanguati, restituendo così più e più volte allo Stato, come se fossero stati ottenuti a usura, gli stipendi guadagnati durante il servizio militare. Occupati com'erano tutti dalla leva, dal problema della tassa e da altre questioni di ben diversa importanza, il giorno delle elezioni non si riuscì a completare il numero dei tribuni della plebe. Per questo motivo ci fu poi uno scontro sull'eventuale cooptazione di patrizi nei ruoli rimasti vacanti. Fallito però questo tentativo, tuttavia, giusto per far cadere la legge, si arrivò al punto di cooptare, in qualità di tribuni della plebe, Gaio Lacerio e Marco Acuzio, senza dubbio per via della grande influenza politica esercitata dal patriziato.