Traduzione di Paragrafo 9, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Dum haec Romae geruntur, legati ab Ardea veniunt, pro veterrima societate renovataque foedere recenti auxilium prope eversae urbi implorantes. Frui namque pace optimo consilio cum populo Romano servata per intestina arma non licuit; quorum causa atque initium traditur ex certamine factionum ortum, quae fuerunt eruntque pluribus populis exitio quam bella externa, quam fames morbive quaeque alia in deum iras velut ultima publicorum malorum vertunt. Virginem plebeii generis maxime forma notam duo petiere iuvenes, alter virgini genere par, tutoribus fretus, qui et ipsi eiusdem corporis erant, nobilis alter, nulla re praeterquam forma captus. Adiuvabant eum optumatium studia, per quae in domum quoque puellae certamen partium penetravit. Nobilis superior iudicio matris esse, quae quam splendidissimis nuptiis iungi puellam volebat: tutores in ea quoque re partium memores ad suum tendere. Cum res peragi intra parietes nequisset, ventum in ius est. Postulatu audito matris tutorumque, magistratus secundum parentis arbitrium dant ius nuptiarum. Sed vis potentior fuit; namque tutores, inter suae partis homines de iniuria decreti palam in foro contionati, manu facta virginem ex domo matris rapiunt; adversus quos infestior coorta optumatium acies sequitur accensum iniuria iuvenem. Fit proelium atrox. Pulsa plebs, nihil Romanae plebi similis, armata ex urbe profecta, colle quodam capto, in agros optumatium cum ferro ignique excursiones facit; urbem quoque, omni etiam expertium ante certaminis multitudine opificum ad spem praedae evocata, obsidere parat; nec ulla species cladesque belli abest, velut contacta civitate rabie duorum iuvenum funestas nuptias ex occasu patriae petentium. Parum parti utrique domi armorum bellique est visum; optumates Romanos ad auxilium urbis obsessae, plebs ad expugnandam secum Ardeam Volscos excivere. Priores Volsci duce Aequo Cluilio Ardeam venere et moenibus hostium vallum obiecere. Quod ubi Romam est nuntiatum, extemplo M. Geganius consul cum exercitu profectus tria milia passuum ab hoste locum castris cepit, praecipitique iam die curare corpora milites iubet. Quarta deinde vigilia signa profert; coeptumque opus adeo adproperatum est, ut sole orto Volsci firmiore se munimento ab Romanis circumvallatos quam a se urbem viderent; et alia parte consul muro Ardeae brachium iniunxerat, qua ex oppido sui commeare possent.

Traduzione all'italiano


Mentre a Roma succedevano queste cose, arrivarono da Ardea ambasciatori a implorare aiuto per la loro città sull’orlo della rovina, in nome dell’antichissima alleanza e del trattato rinnovato di recente. Infatti non godevano più della pace, saggiamente mantenuta invece con il popolo romano, a causa di una guerra civile originata, per quel che se ne sa, dalla rivalità tra le fazioni, che, per buona parte dei popoli, furono e saranno ben più esiziali delle guerre esterne, delle carestie, delle pestilenze, e di tutte le altre cose, calamità e pubblici disastri che vengono attribuiti all’ira divina. Una ragazza di origini plebee, famosa per la sua bellezza, aveva due giovani pretendenti: uno era della stessa condizione e contava sull’appoggio dei tutori di lei, anch’essi della stessa classe, l’altro, nobile, era attratto esclusivamente dalla bellezza. La causa di quest’ultimo era appoggiata dal favore degli ottimati, e così la lotta tra fazioni entrò anche nella casa della ragazza. La madre preferiva il nobile perché voleva per sua figlia il più sontuoso dei matrimoni; i tutori, invece, pensando anche in quella circostanza in termini di parte, sostenevano il pretendente plebeo. Siccome la cosa non poté essere risolta tra le mura domestiche, si ricorse al tribunale. Dopo aver ascoltato le ragioni della madre e dei tutori, i magistrati stabilirono che spettasse alla madre decidere ciò che riteneva più giusto riguardo alle nozze. Ma la violenza ebbe il sopravvento. I tutori infatti, dopo aver arringato in pieno foro gli uomini della loro parte, mettendo l’accento sull’iniquità del verdetto, formarono un gruppo e rapirono la ragazza dalla casa della madre. Contro di loro mosse una schiera di patrizi ancora più inferociti e guidati dal giovane fuori di sé per l’oltraggio subito. Lo scontro fu durissimo. La plebe respinta - in niente simile alla plebe romana - esce armata dalla città, occupa un colle e di lì opera incursioni nelle terre dei patrizi, le mette a ferro e fuoco. La plebe si prepara ad assediare la città: l’intera corporazione degli artigiani, compresi quelli che fino ad allora non avevano preso parte agli scontri, era stata richiamata dalla speranza di bottino. E non mancava nessuno degli orrori bellici, come se la città fosse stata contagiata dalla rabbia dei due giovani che cercavano nozze funeste dalla rovina del loro paese. A nessuna delle due parti parve che in patria ci fossero già abbastanza armi e guerra: gli ottimati chiamarono i Romani in aiuto della città assediata, i plebei si rivolsero ai Volsci per conquistare Ardea con il loro sostegno. I Volsci comandati da Equo Cluilio arrivarono per primi ad Ardea e costruirono una trincea davanti alle mura nemiche. Quando a Roma arrivò la notizia, il console Marco Geganio partì immediatamente con l’esercito e, giunto a tre miglia di distanza dal nemico, scelse un luogo adatto per porre l’accampamento; poi, siccome stava rapidamente calando la notte, diede ordine ai soldati di riposarsi. Alle tre di notte, si mise in movimento e, iniziata la costruzione di una trincea, la completò così velocemente che al sorgere del sole i Volsci si resero conto di essere stati circondati dai Romani con una fortificazione più solida di quella da loro costruita intorno alla città. In un settore il console aveva poi aggiunto un terrapieno collegato alle mura di Ardea, in maniera tale che i suoi potessero andare e venire dalla città al campo.