Traduzione di Paragrafo 7, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Anno trecentesimo decimo quam urbs Roma condita erat primum tribuni militum pro consulibus magistratum ineunt, A. Sempronius Atratinus, L. Atilius, T. Cloelius, quorum in magistratu concordia domi pacem etiam foris praebuit. Sunt qui propter adiectum Aequorum Volscorumque bello et Ardeatium defectioni Veiens bellum, quia duo consules obire tot simul bella nequirent, tribunos militum tres creatos dicant, sine mentione promulgatae legis de consulibus creandis ex plebe, et imperio et insignibus consularibus usos. Non tamen pro firmato iam stetit magistratus eius ius, quia tertio mense quam inierunt, augurum decreto perinde ac vitio creati, honore abiere, quod C. Curtius qui comitiis eorum praefuerat parum recte tabernaculum cepisset. Legati ab Ardea Romam venerunt, ita de iniuria querentes ut si demeretur ea in foedere atque amicitia mansuros restituto agro appareret. Ab senatu responsum est iudicium populi rescindi ab senatu non posse, praeterquam quod nullo nec exemplo nec iure fieret, concordiae etiam ordinum causa: si Ardeates sua tempora exspectare velint arbitriumque senatui levandae iniuriae suae permittant, fore ut postmodo gaudeant se irae moderatos, sciantque patribus aeque curae fuisse ne qua iniuria in eos oreretur ac ne orta diuturna esset. Ita legati cum se rem integram relaturos dixissent, comiter dimissi. Patricii cum sine curuli magistratu res publica esset, coiere et interregem creavere. Contentio consulesne an tribuni militum crearentur in interregno rem dies complures tenuit. Interrex ac senatus, consulum comitia, tribuni plebis et plebs, tribunorum militum ut habeantur, tendunt. Vicere patres, quia et plebs, patriciis seu hunc seu illum delatura honorem, frustra certare supersedit, et principes plebis ea comitia malebant, quibus non haberetur ratio sua, quam quibus ut indigni praeterirentur. Tribuni quoque plebi certamen sine effectu in beneficio apud primores patrum reliquere. T. Quinctius Barbatus interrex consules creat L. Papirium Mugillanum, L. Sempronium Atratinum. His consulibus cum Ardeatibus foedus renovatum est; idque monumenti est consules eos illo anno fuisse, qui neque in annalibus priscis neque in libris magistratuum inveniuntur. Credo quod tribuni militum initio anni fuerunt, eo perinde ac totum annum in imperio fuerint, suffectis iis consulibus praetermissa nomina consulum horum. Licinius Macer auctor est et in foedere Ardeatino et in linteis libris ad Monetae ea inventa. Et foris, cum tot terrores a finitimis ostentati essent, et domi otium fuit.

Traduzione all'italiano


Nell’anno 310 dalla fondazione di Roma, per la prima volta, entrano in carica, al posto dei consoli, i tribuni militari: si chiamavano Aulo Sempronio Atratino, Lucio Atilio e Tito Clelio. Durante il loro mandato, la concordia interna garantì la pace anche all’esterno. Alcuni autori, sulla base di una guerra con Veio venutasi ad aggiungere a quelle con Volsci ed Equi nonché alla ribellione degli Ardeati, sostengono che i tre tribuni militari furono eletti proprio perché i due consoli non sarebbero stati in grado di far fronte contemporaneamente a tanti conflitti, e non fanno alcun accenno alla proposta di legge sull’elezione di consoli plebei, pur menzionando però che i tribuni ebbero l’autorità e le insegne dei consoli. In ogni caso, la nuova magistratura non poggiava ancora su basi sicure perché, a soli tre mesi di distanza dal giorno dell’investitura, i tre dovettero rinunciare alla carica per decreto degli àuguri, come se la loro nomina non fosse regolare, in quanto Gaio Curiazio, che aveva presieduto alle elezioni, non aveva scelto il luogo giusto per la tenda augurale. Da Ardea arrivarono a Roma ambasciatori per lamentarsi del torto subito; facevano però capire che, se fosse stata loro restituita la terra, avrebbero continuato a essere alleati e amici dei Romani. Il senato rispose loro di non avere la facoltà di abrogare una sentenza del popolo, e non soltanto per la mancanza di precedenti e di autorità specifica, ma anche a causa dell’armonia tra le classi: se gli Ardeati volevano aspettare l’occasione propizia affidando al senato la facoltà di decidere il modo con cui ripagarli dell’offesa subita, un giorno si sarebbero rallegrati di aver controllato il proprio risentimento e avrebbero capito quanto ai senatori stesse a cuore che non si commettesse alcuna ingiustizia nei loro confronti, e che quella che già c’era stata non durasse a lungo. Così, dopo aver assicurato che avrebbero riferito la cosa nei particolari, gli ambasciatori vennero cortesemente congedati. Siccome la repubblica era priva di magistrature curuli, i patrizi si riunirono e nominarono un interré. L’interregno durò parecchi giorni, perché non si riusciva a decidere se si dovessero nominare i consoli o i tribuni militari. L’interré e il senato volevano che si eleggessero i consoli, e invece i tribuni della plebe e la plebe volevano i tribuni. Ebbero la meglio i senatori, sia perché la plebe, che era disposta a dare entrambe le cariche ai patrizi, si astenne dall’inutile lotta, sia perché i membri più autorevoli della plebe preferivano i comizi dai quali erano esclusi come candidati a quelli in cui potevano essere lasciati da parte come indegni. Anche i tribuni della plebe abbandonarono una lotta per loro inutile per procurarsi un titolo di merito di fronte ai senatori più eminenti. L’interré Tito Quinzio Barbato nomina quindi consoli Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino. Durante il loro consolato venne rinnovato il trattato con gli Ardeati. Proprio questo episodio è l’unica prova che essi furono consoli in quell’anno, visto che non se ne trova menzione negli antichi annali né nelle liste dei magistrati. Personalmente credo che, essendoci i tribuni militari all’inizio dell’anno, i nomi dei consoli eletti al loro posto non sono stati registrati, come se i tribuni fossero rimasti in carica per l’intera durata dell’anno. Licinio Macro attesta che i nomi di quei consoli erano sia nel trattato con gli Ardeati sia nei libri lintei conservati nel tempio di Giunone Moneta. La situazione rimase tranquilla sia in città che all’esterno, nonostante le frequenti minacce delle popolazioni dei dintorni.