Traduzione di Paragrafo 53, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


M. Aemilio C. Valerio Potito consulibus bellum Aequi parabant, Volscis, quamquam non publico consilio capessentibus arma, voluntariis mercede secutis militiam. Ad quorum famam hostium - iam enim in Latinum Hernicumque transcenderant agrum - dilectum habentem valerium consulem M. Menenius tribunus plebis legis agrariae lator cum impediret auxilioque tribuni nemo invitus sacramento diceret, repente nuntiatur arcem Carventanam ab hostibus occupatam esse. Ea ignominia accepta cum apud patres invidiae Menenio fuit, tum ceteris tribunis, iam ante praeparatis intercessoribus legis agrariae, praebuit iustiorem causam resistendi collegae. Itaque cum res diu ducta per altercationem esset, consulibus deos hominesque testantibus quidquid ab hostibus cladis ignominiaeque aut iam acceptum esset aut immineret culpam penes Menenium fore qui dilectum impediret, Menenio contra vociferante, si iniusti domini possessione agri publici cederent, se moram dilectui non facere, decreto interposito novem tribuni sustulerunt certamen pronuntiaveruntque ex collegii sententia: C. Valerio consuli se, damnum aliamque coercitionem adversus intercessionem collegae dilectus causa detractantibus militiam inhibenti, auxilio futuros esse. Hoc decreto consul armatus cum paucis appellantibus tribunum collum torsisset, metu ceteri sacramento dixere. Ductus exercitus ad Carventanam arcem, quamquam invisus infestusque consuli erat, impigre primo statim adventu deiectis qui in praesidio erant arcem recipit; praedatores ex praesidio per neglegentiam dilapsi occasionem aperuere ad invadendum. Praedae ex adsiduis populationibus, quod omnia in locum tutum congesta erant, fuit aliquantum. Venditum sub hasta consul in aerarium redigere quaestores iussit, tum praedicans participem praedae fore exercitum cum militiam non abnuisset. Auctae inde plebis ac militum in consulem irae. Itaque cum ex senatus consulto urbem ovans introiret, alternis inconditi versus militari licentia iactati quibus consul increpitus, Meneni celebre nomen laudibus fuit, cum ad omnem mentionem tribuni favor circumstantis populi plausuque et adsensu cum vocibus militum certaret. Plusque ea res quam prope sollemnis militum lascivia in consulem curae patribus iniecit; et tamquam haud dubius inter tribunos militum honos Meneni si peteret consularibus comitiis est exclusus.

Traduzione all'italiano


Durante il consolato di Marco Emilio e Gaio Valerio Potito gli Equi stavano preparando una guerra e i Volsci, pur non avendo preso le armi in maniera ufficiale, partecipavano alla campagna come mercenari. Saputo che i nemici erano già entrati nei territori dei Latini e degli Ernici, il console Valerio cercò di organizzare il reclutamento, ma il tribuno della plebe Marco Menenio, autore di un progetto di legge agraria, cercava di impedirglielo e per l’appoggio del tribuno nessuno poteva venir costretto a prestare giuramento. Ma all’improvviso arrivò la notizia che la cittadella di Carvento era caduta in mano ai nemici. Quest’umiliante episodio non solo rese odioso ai senatori Menenio, ma offrì anche al resto dei tribuni - per altro già convinti a opporsi col veto alla legge agraria - un motivo più giusto per fare resistenza al collega. Di discussione in discussione, la disputa andò per le lunghe. I consoli chiamarono a testimoni dèi e uomini che la colpa per la vergogna di qualunque sconfitta, già subita o incombente da parte dei nemici, sarebbe ricaduta soltanto su Menenio che impediva la leva; mentre Menenio, a sua volta, protestava a gran voce che avrebbe smesso di ostacolare la leva soltanto se i proprietari avessero rinunciato al possesso illegittimo dell’agro pubblico. A questo punto gli altri nove tribuni posero fine allo scontro con un decreto e dichiararono, a nome del collegio, che si sarebbero schierati con il console Gaio Valerio se egli, nella realizzazione della leva, avesse fatto ricorso, contro il veto del loro collega, a sanzioni pecuniarie o ad altre forme di coercizione nei confronti dei renitenti. Forte di questo decreto, il console fece prendere per il collo quei pochi che si appellavano al tribuno, e allora tutti gli altri, intimoriti, prestarono giuramento. L’esercito venne condotto sotto la cittadella di Carvento. Qui, pur essendoci odio tra console e soldati, i Romani al primo assalto scacciarono di slancio la guarnigione posta a difesa e ripresero la cittadella; l’occasione per attaccarla era stata offerta dalla negligenza dei nemici che avevano abbandonato il presidio per darsi alle razzie. Il bottino non fu trascurabile, perché il frutto delle frequenti incursioni era stato tutto quanto ammassato in quel luogo considerato sicuro. Il console ordinò ai questori di metterlo all’incanto e di versarne il ricavato nelle casse dello Stato, dichiarando che gli uomini avrebbero partecipato alla spartizione del bottino quando non si fossero rifiutati di prestare servizio militare. Per questo si accrebbe il risentimento della plebe e dei soldati verso il console. Così, quando quest’ultimo fece ingresso a Roma con l’onore dell’ovazione decretata dal senato, i soldati, con la licenza consueta in tali occasioni, intonarono rozzi canti nei quali alternavano salaci frecciate al console ad aperte lodi a Menenio, e ogni volta che veniva fatto il nome del tribuno, la gente accalcata lungo la strada gareggiava in acclamazioni e applausi con i canti dei soldati. Questo preoccupò i patrizi più della sfrenatezza dei soldati nei confronti del console, che era un’usanza ormai quasi consolidata. E, sembrando certo che Menenio sarebbe stato eletto tribuno militare qualora avesse presentato la sua candidatura, per escluderlo furono convocati i comizi consolari.