Traduzione di Paragrafo 52, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Annum modestia tribunorum quietum excepti tribunus plebis L. Icilius, Q. Fabio Ambusto C. Furio Paculo consulibus. Is cum principio statim anni, velut pensum nominis familiaeque, seditiones agrariis legibus promulgandis cieret, pestilentia coorta, minacior tamen quam perniciosior, cogitationes hominum a foro certaminibusque publicis ad domum curamque corporum nutriendorum avertit; minusque eam damnosam fuisse quam seditio futura fuerit credunt. Defuncta civitate plurimorum morbis, perpaucis funeribus, pestilentem annum inopia frugum, neglecto cultu agrorum, ut plerumque fit, excepit, M. Papirio Atratino C. Nautio Rutulo consulibus. Iam fames quam pestilentia tristior erat, ni, dimissis circa omnes populos legatis qui Etruscum mare quique Tiberim accolunt ad frumentum mercandum, annonae foret subventum. Superbe ab Samnitibus qui Capuam habebant Cumasque legati prohibiti commercio sunt, contra ea benigne ab Siculorum tyrannis adiuti; maximos commeatus summo Etruriae studio Tiberis devexit. Solitudinem in civitate aegra experti consules sunt, cum in legationes non plus singulis senatoribus invenientes coacti sunt binos equites adicere. Praeterquam ab morbo annonaque nihil eo biennio intestini externive incommodi fuit. At ubi eae sollicitudines discessere, omnia, quibus turbari solita erat civitas, domi discordia, foris bellum exortum.

Traduzione all'italiano


A un anno trascorso in pace grazie alla moderazione dei tribuni fece séguito il tribunato della plebe di Lucio Icilio, sotto il consolato di Quinto Fabio Ambusto e Gaio Furio Paculo. Mentre sin dai primi giorni dell’anno Icilio, proponendo leggi agrarie, fomentava disordini, come se fosse un suo dovere, per il nome che portava e per la famiglia cui apparteneva, scoppiò una pestilenza non tanto grave quanto minacciosa, che distolse le menti degli uomini dal foro e dalle lotte politiche per rivolgerle alla cura delle case e dei corpi. Qualcuno pensa che la pestilenza fu meno dannosa dei disordini che sarebbero potuti scoppiare. Alla pestilenza di quell’anno, dalla quale la città uscì con molti ammalati ma pochissimi morti, sotto il consolato di Marco Papirio Atratino e Gaio Nauzio Rutilio, seguì, come spesso accade, una carestia, dovuta al fatto che si era trascurata la coltivazione dei campi. La fame avrebbe avuto conseguenze ben più disastrose della pestilenza, se non si fosse provveduto all’approvvigionamento di viveri inviando delegati presso tutti i popoli che vivevano lungo il mare etrusco e le rive del Tevere, per comprare frumento. I Sanniti che occupavano Cuma e Capua, con insolenza, impedirono l’acquisto del grano agli inviati. I tiranni della Sicilia, invece, generosamente li aiutarono. Ma la parte più consistente di derrate alimentari fu trasportata lungo il Tevere grazie alla buona disposizione dei popoli etruschi. I consoli si resero conto di come si fosse spopolata la città per il morbo, quando non trovarono che un solo senatore per ogni ambasceria e furono costretti ad aggiungervi due cavalieri. Se si eccettuano la pestilenza e la carestia, nel corso di quei due anni non ci furono altri problemi, né in città né fuori. Ma non appena queste preoccupazioni scomparvero si manifestarono nuovamente i mali che da sempre turbavano la città: la discordia interna e la guerra con l’esterno.