Traduzione di Paragrafo 34, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Hi postquam mixti hostibus portam intravere, in muros evadunt, suisque capti oppidi signum ex muro tollunt. Quod ubi dictator conspexit- iam enim et ipse in deserta hostium castra penetraverat, - cupientem militem discurrere ad praedam, spe iniecta maioris in urbe praedae, ad portam ducit, receptusque intra muros in arcem quo ruere fugientium turbam videbat pergit; nec minor caedes in urbe quam in proelio fuit donec abiectis armis nihil praeter vitam petentes dictatori deduntur. Urbs castraque diripiuntur. Postero die singulis captivis ab equite ac centurione sorte ductis et, quorum eximia virtus fuerat, binis, aliis sub corona venundatis, exercitum victorem opulentumque praeda triumphans dictator Romam reduxit; iussoque magistro equitum abdicare se magistratu, ipse deinde abdicat, die sexto decimo reddito in pace imperio quod in bello trepidisque rebus acceperat. Classi quoque ad Fidenas pugnatum cum Veientibus quidam in annales rettulere, rem aeque difficilem atque incredibilem, nec nunc lato satis ad hoc amne et tum aliquanto, ut a veteribus accepimus, artiore, nisi in traiectus forte fluminis prohibendo aliquarum navium concursum in maius, ut fit, celebrantes navalis victoriae vanum titulum appetivere.

Traduzione all'italiano


Entrati in città mescolati ai nemici, gli uomini di Quinzio salgono sulle mura da dove danno ai compagni il segnale che la città è stata presa. Appena il dittatore lo vide - era anche lui già penetrato nell’accampamento deserto dei nemici -, conduce verso la porta i soldati impazienti di precipitarsi sul bottino, facendo loro balenare la speranza di ottenerne molto di più in città. E, accolto all’interno delle mura, marcia senza indugi in direzione della cittadella, dove vedeva riversarsi la massa scomposta dei fuggitivi. In città il massacro non fu certo minore che in battaglia; infine i nemici, gettate le armi, si consegnano al dittatore, chiedendo soltanto di aver salva la vita. Città e accampamento vengono messi a sacco. Il giorno dopo, tra cavalieri e centurioni venne sorteggiato un prigioniero a testa. Due ne toccarono a quanti avevano dato prova di grandissimo valore. Il resto dei nemici venne venduto all’asta e il dittatore ricondusse in trionfo a Roma l’esercito vincitore e coperto di prede. Dopo aver ordinato al maestro della cavalleria di dimettersi dalla carica, abdicò anche lui, restituendo dopo quindici giorni in pace, quel potere che aveva accettato in guerra, quando la situazione era critica. Alcuni nei loro annali hanno riportato che presso Fidene ci fu anche una battaglia navale coi Veienti. La cosa è però assai improbabile perché neppure oggi il fiume è sufficientemente largo, e allora - come ci informano gli antichi - era assai più stretto. A meno che, come spesso succede, lo scontro fortuito di alcune navi che cercavano di impedire il guado del fiume, non sia stato esagerato per attribuirsi il vanto, ingiustificato, di una vittoria navale.