Traduzione di Paragrafo 33, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Concusserat primo statim congressu hostem cum repente patefactis Fidenarum portis nova erumpit acies, inaudita ante id tempus invisitataque. Ignibus armata ingens multitudo facibusque ardentibus tota conlucens, velut fanatico instincta cursu in hostem ruit, formaque insolitae pugnae Romanos parumper exterruit. Tum dictator, magistro equitum equitibusque, tum ex montibus Quinctio accito, proelium ciens ipse in sinistrum cornu, quod, incendio similius quam proelio, territum cesserat flammis, accurrit claraque voce "Fumone victi" inquit, "velut examen apum, loco vestro exacti inermi cedetis hosti? Non ferro exstinguetis ignes? Non faces has ipsas pro se quisque, si igni, non telis pugnandum est, ereptas ultro infertis? Agite, nominis Romani ac virtutis patrum vestraeque memores vertite incendium hoc in hostium urbem, et suis flammis delete Fidenas, quas vestris beneficiis placare non potuistis. Legatorum hoc vos vestrorum colonorumque sanguis vastatique fines monent." Ad imperium dictatoris mota cuncta acies. Faces partim emissae excipiuntur, partim vi eripiuntur: utraque acies armatur igni. Magister equitum et ipse novat pugnam equestrem; frenos ut detrahant equis imperat, et ipse princeps calcaribus subditis evectus effreno equo in medios ignes infertur, et alii concitati equi libero cursu ferunt equitem in hostem. Pulvis elatus mixtusque fumo lucem ex oculis virorum equorumque aufert. Ea quae militem terruerat species nihil terruit equos; ruinae igitur similem stragem eques quacumque peruaserat dedit. Clamor deinde accidit novus; qui cum utramque mirabundam in se aciem vertisset, dictator exclamat Quinctium legatum et suos ab tergo hostem adortos; ipse redintegrato clamore infert acrius signa. Cum duae acies, duo diversa proelia circumventos Etruscos et a fronte et ab tergo urgerent, neque in castra retro neque in montes, unde se novus hostis obiecerat, iter fugae esset, et equitem passim liberi frenis distulissent equi, Veientium maxima pars Tiberim effusi petunt, Fidenatium qui supersunt ad urbem Fidenas tendunt. Infert pavidos fuga in mediam caedem; obtruncantur in ripis; alios in aquam compulsos gurgites ferunt; etiam peritos nandi lassitudo et volnera et pavor degravant; pauci ex multis tranant. Alterum agmen fertur per castra in urbem. Eadem et Romanos sequentes impetus rapit, Quinctium maxime et cum eo degressos modo de montibus, recentissimum ad laborem militem, quia ultimo proelio advenerat.

Traduzione all'italiano


Avevano fatto vacillare la resistenza dei nemici già al primo urto, quando all’improvviso si spalancarono le porte di Fidene e dalla città fuoriuscì uno strano esercito, inaudito e inusitato fino a quel momento; un’immensa moltitudine armata di fuochi, tutta sfavillante di torce ardenti che, lanciata in una corsa folle, si riversò sul nemico. Per un momento quell’insolito modo di combattere sbigottì i Romani. Allora il dittatore chiamò a sé il maestro della cavalleria coi suoi uomini e Quinzio dalle alture. Quindi, ravvivando egli stesso la battaglia, si precipitò all’ala sinistra che, come se si fosse trovata nel mezzo di un incendio più che in un combattimento, aveva cominciato a ripiegare terrorizzata dalle fiamme, e gridò: “Vinti dal fumo come uno sciame di api, cacciati dalla vostra posizione, cederete a un nemico senz’armi? Non volete spegnere il fuoco con la spada? Se c’è da combattere col fuoco e non con le armi, perché non andate a strappare tutte quelle torce e non attaccate il nemico con le sue stesse armi? Avanti! Memori del nome di Roma e del coraggio dei vostri padri e vostro: deviate quest’incendio sulla città nemica e distruggete con le sue stesse fiamme Fidene, che con i vostri benefici non siete riusciti a placare! Vi spingono a farlo il sangue dei vostri ambasciatori e dei coloni e la vostra terra messa a ferro e fuoco!” Tutto l’esercito si mise in moto agli ordini del dittatore. Raccolsero le torce che erano state lanciate, altre le strapparono con la forza ai nemici, così ora entrambi gli eserciti erano armati di fuoco. Il maestro della cavalleria da parte sua escogita un nuovo tipo di battaglia equestre. Ordina di togliere il morso ai cavalli, e per primo, dato di sprone, a briglia sciolta si getta in mezzo alle fiamme; e gli altri cavalli, spronati a correre senza più alcun impedimento, trascinano i cavalieri contro il nemico. La polvere che si alza, mista al fumo delle torce, offusca la vista a uomini e cavalli. Ma lo spettacolo inatteso che poco prima aveva atterrito i soldati non atterrì i cavalli, così i cavalieri seminarono morte e devastazione dovunque passavano. Si udì un nuovo clamore di guerra che attirò l’attenzione di entrambi gli eserciti. E il dittatore gridò allora che il luogotenente Quinzio aveva attaccato il nemico alle spalle. Poi, lui stesso, ripetuto l’urlo di guerra, si butta all’assalto con più accanimento. Due eserciti, con due diversi modi di combattere, incalzavano e circondavano, di fronte e alle spalle, gli Etruschi, che non avevano alcuna possibilità di ritirarsi nell’accampamento o sulle alture, dove era spuntato a frapporsi un nuovo contingente nemico. Mentre i cavalli, non più trattenuti dal morso, avevano trascinato da ogni parte i cavalieri, la maggior parte dei Veienti disordinatamente si dirige verso il Tevere, e i Fidenati superstiti cercano di raggiungere la città di Fidene. La fuga porta quegli uomini terrorizzati incontro alla morte: alcuni cadono trucidati sulle rive del fiume, altri, costretti a buttarsi in acqua, vengono travolti dalla corrente. Anche gli esperti nuotatori sono sopraffatti dallo sfinimento, dalle ferite e dalla paura. Fra tanti solo pochi riescono a raggiungere a nuoto la riva opposta. L’altra parte dell’esercito ripara in città passando attraverso l’accampamento. Trascinati dall’impeto, anche i Romani si buttano in quella direzione, specialmente Quinzio e i soldati che, appena scesi con lui dalle alture, sono più freschi e pronti alle fatiche, perché giunti alla fine dello scontro.