Traduzione di Paragrafo 31, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Tribuni militum consulari potestate quattuor creati sunt, T. Quinctius Poenus ex consulatu C. Furius M. Postumius A. Cornelius Cossus. Ex his Cossus praefuit urbi, tres dilectu habito profecti sunt Veios, documentoque fuere quam plurium imperium bello inutile esset. Tendendo ad sua quisque consilia, cum aliud alii videretur, aperuerunt ad occasionem locum hosti; incertam namque aciem, signum aliis dari, receptui aliis cani iubentibus, invasere opportune Veientes. Castra propinqua turbatos ac terga dantes accepere; plus itaque ignominiae quam cladis est acceptum. Maesta civitas fuit vinci insueta; odisse tribunos, poscere dictatorem: in eo verti spes civitatis. Et cum ibi quoque religio obstaret ne non posset nisi ab consule dici dictator, augures consulti eam religionem exemere. A. Cornelius dictatorem Mam. Aemilium dixit et ipse ab eo magister equitum est dictus; adeo, simul fortuna civitatis virtute vera eguit, nihil censoria animadversio effecit, quo minus regimen rerum ex notata indigne domo peteretur. Veientes re secunda elati, missis circum Etruriae populos legatis, iactando tres duces Romanos ab se uno proelio fusos, cum tamen nullam publici consilii societatem movissent, voluntarios undique ad spem praedae adsciverunt. Uni Fidenatium populo rebellare placuit; et tamquam nisi ab scelere bellum ordiri nefas esset, sicut legatorum ante, ita tum novorum colonorum caede imbutis armis, Veientibus sese coniungunt. Consultare inde principes duorum populorum, Veios an Fidenas sedem belli caperent. Fidenae visae opportuniores; itaque traiecto Tiberi Veientes Fidenas transtulerunt bellum. Romae terror ingens erat. Accito exercitu a Veiis, eoque ipso ab re male gesta perculso, castra locantur ante portam Collinam, et in muris armati dispositi, et iustitium in foro tabernaeque clausae, fiuntque omnia castris quam urbi similiora,

Traduzione all'italiano


Vennero così nominati quattro tribuni militari con potere consolare: Tito Quinzio Peno, già console, Gaio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio Cosso. Di loro Cosso ebbe il governo della città, mentre gli altri tre, portata a compimento la leva militare, partirono alla volta di Veio e dimostrarono quanto in guerra sia dannoso dividere il comando tra più persone. Ciascuno prediligeva il proprio piano e siccome ognuno vedeva le cose in maniera diversa dagli altri, finirono con l’offrire al nemico l’occasione di un colpo di mano. Infatti, mentre le truppe erano disorientate perché c’era chi ordinava di dare la carica e chi la ritirata, i Veienti li assalirono sfruttando il momento propizio. Fuggendo disordinatamente i Romani ripararono nel vicino accampamento: si patì il disonore più che la sconfitta. La città, non abituata alle sconfitte, piombò nella costernazione; si odiavano i tribuni, si chiedeva un dittatore nel quale riporre le speranze di tutto il paese. Poiché anche in quella circostanza era di ostacolo lo scrupolo religioso, non potendo il dittatore essere nominato se non dal console, si consultarono gli àuguri che tolsero quello scrupolo. Aulo Cornelio nominò dittatore Mamerco Emilio che a sua volta lo scelse come maestro della cavalleria. Così, quando il paese ebbe veramente bisogno di un uomo di qualità superiori, la punizione a suo tempo inflitta dai censori non impedì che il timone dello Stato fosse affidato a una famiglia ingiustamente bollata di infamia. Trascinati dal successo, i Veienti mandarono messaggeri ai popoli dell’Etruria ad annunciare pomposamente la loro vittoria su tre comandanti romani in una sola battaglia. Pur non essendo riusciti a ottenere alcuna alleanza ufficiale dalla confederazione, tuttavia attirarono da ogni parte volontari mossi dalla speranza del bottino. Soltanto i Fidenati decisero di riaprire le ostilità e, pensando che non fosse lecito iniziare una guerra se non con un delitto, come già prima con gli ambasciatori così ora macchiarono le loro spade col sangue dei nuovi coloni. Quindi si unirono ai Veienti. E poco dopo i capi dei due popoli si consultarono per scegliere, tra Veio e Fidene, come teatro di operazioni. Parve più opportuna Fidene, e i Veienti, attraversato il Tevere, trasferirono a Fidene il loro apparato bellico. A Roma regnava la paura. Richiamato da Veio l’esercito demoralizzato per la sconfitta, si pose l’accampamento di fronte alla porta Collina, si distribuirono uomini armati sulle mura, si sospese l’attività giudiziaria nel foro e si chiusero le botteghe: cose queste che dettero a Roma l’aspetto di un campo militare più che di una città.