Traduzione di Paragrafo 30, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Agitatum in urbe ab tribunis plebis ut tribuni militum consulari potestate crearentur nec obtineri potuit. Consules fiunt L. Papirius Crassus, L. Iulius. Aequorum legati foedus ab senatu cum petissent et pro foedere deditio ostentaretur, indutias annorum octo impetraverunt: Volscorum res, super acceptam in Algido cladem, pertinaci certamine inter pacis bellique auctores in iurgia et seditiones versa: undique otium fuit Romanis. Legem de multarum aestimatione pergratam populo cum ab tribunis parari consules unius ex collegio proditione excepissent, ipsi praeoccupaverunt ferre. Consules L. Sergius Fidenas iterum Hostius Lucretius Tricipitinus. Nihil dignum dictu actum his consulibus. Secuti eos consules A. Cornelius Cossus T. Quinctius Poenus iterum. Veientes in agrum Romanum excursiones fecerunt. Fama fuit quosdam ex Fidenatium iuventute participes eius populationis fuisse, cognitioque eius rei L. Sergio et Q. Servilio et Mam. Aemilio permissa. Quidam Ostiam relegati, quod cur per eos dies a Fidenis afuissent parum constabat; colonorum additus numerus, agerque iis bello interemptorum adsignatus. Siccitate eo anno plurimum laboratum est, nec caelestes modo defuerunt aquae, sed terra quoque ingenito umore egens vix ad perennes suffecit amnes. Defectus alibi aquarum circa torridos fontes rivosque stragem siti pecorum morientum dedit; scabie alia absumpta, volgatique in homines morbi. Et primo in agrestes ingruerant servitiaque; urbs deinde impletur. Nec corpora modo adfecta tabo, sed animos quoque multiplex religio et pleraque externa invasit, novos ritus sacrificandi vaticinando inferentibus in domos quibus quaestui sunt capti superstitione animi, donec publicus iam pudor ad primores civitatis pervenit, cernentes in omnibus vicis sacellisque peregrina atque insolita piacula pacis deum exposcendae. Datum inde negotium aedilibus, ut animadverterent ne qui nisi Romani di neu quo alio more quam patrio colerentur. Irae adversus Veientes in insequentem annum, C. Servilium Ahalam L. Papirium Mugillanum consules, dilatae sunt. Tunc quoque ne confestim bellum indiceretur neve exercitus mitterentur religio obstitit; fetiales prius mittendos ad res repetendas censuere. Cum Veientibus nuper acie dimicatum ad Nomentum et Fidenas fuerat, indutiaeque inde, non pax facta, quarum et dies exierat, et ante diem rebellaverant; missi tamen fetiales; nec eorum, cum more patrum iurati repeterent res, verba sunt audita. Controversia inde fuit utrum populi iussu indiceretur bellum an satis esset senatus consultum. Pervicere tribuni, denuntiando impedituros se dilectum, ut Quinctius consul de bello ad populum ferret. Omnes centuriae iussere. In eo quoque plebs superior fuit, quod tenuit ne consules in proximum annum crearentur.

Traduzione all'italiano


A Roma dai tribuni della plebe fu agitata la questione relativa alla nomina di tribuni militari con potere consolare, ma senza alcun successo. Furono eletti consoli Lucio Papirio Crasso e Lucio Giulio. Gli ambasciatori inviati dai Volsci al senato per chiedere un trattato d’alleanza, ricevendo in luogo del trattato una proposta di resa, chiesero e ottennero una tregua di otto anni. Oltre alla disfatta patita sull’Algido, i Volsci erano in quel momento invischiati in uno scontro senza fine tra i fautori della pace e i fautori della guerra, che provocò disordini e sedizioni: per i Romani ciò significò pace da ogni parte. I consoli, venuti a sapere, grazie alla denuncia di uno dei membri del collegio dei tribuni, che questi stavano per presentare una legge, molto gradita al popolo, sulla determinazione in denaro delle ammende, si affrettarono a proporla per primi. I consoli successivi furono Lucio Sergio Fidenate, per la seconda volta, e Ostio Lucrezio Tricipitino. Durante il loro consolato nulla accadde che sia degno di menzione. I successori furono Aulo Cornelio Cosso e Tito Quinzio Peno, al secondo mandato. I Veienti fecero delle incursioni in territorio romano. Corse voce che a quelle scorrerie avessero preso parte alcuni giovani di Fidene, e l’indagine sul fatto venne affidata a Lucio Sergio, a Quinto Servilio e a Mamerco Emilio. Alcuni Fidenati furono confinati a Ostia perché non era sufficientemente chiaro per qual motivo fossero assenti da Fidene proprio in quei giorni. Fu aumentato il numero dei coloni ai quali venne assegnata la terra dei caduti in guerra. Quell’anno la siccità creò molti disagi e non soltanto vennero a mancare le piogge, ma anche la terra, privata della sua naturale umidità, riuscì a malapena ad alimentare i fiumi perenni. In alcuni luoghi la mancanza di acqua decimò, intorno alle fonti e ai torrenti inariditi, il bestiame che moriva di sete. Altri animali furono uccisi dalla scabbia, poi le malattie contagiarono gli uomini: prima colpirono la gente di campagna e gli schiavi, poi la città ne fu piena. Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli dèi. Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri. La vendetta contro i Veienti fu rimandata all’anno successivo, in cui furono consoli Gaio Servilio Aala e Lucio Papirio Mugillano. Ma anche allora lo scrupolo religioso impedì che si dichiarasse súbito guerra e che si inviassero truppe. Si decise di mandare prima i feziali a chiedere soddisfazione. Coi Veienti ci si era scontrati poco tempo prima a Nomento e Fidene, e a quell’episodio aveva fatto séguito non la pace ma una tregua; il termine era ormai scaduto e, prima del termine, quelli avevano ripreso le ostilità. Ciononostante vennero inviati i feziali, ma quando questi, dopo aver giurato secondo il rito dei padri, chiesero soddisfazione, le loro parole non vennero nemmeno ascoltate. Si discusse allora se la guerra andava dichiarata su decisione del popolo o se bastava un decreto del senato. I tribuni, minacciando di impedire la leva, riuscirono a ottenere che il console Quinzio portasse di fronte al popolo la questione della guerra. Votarono tutte le centurie. La plebe ebbe la meglio anche su di un altro punto: ottenne che non si eleggessero consoli per l’anno successivo.