Traduzione di Paragrafo 28, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Et iam lucescebat omniaque sub oculis erant. Et Fabius cum equitatu impetum dederat et consul eruptionem e castris in trepidos iam hostes fecerat; dictator autem parte altera subsidia et secundam aciem adortus, circumagenti se ad dissonos clamores ac subitos tumultus hosti undique obiecerat victorem peditem equitemque. Circumventi igitur iam in medio ad unum omnes poenas rebellionis dedissent, ni vettius Messius ex Volscis, nobilior vir factis quam genere, iam orbem voluentes suos increpans clara voce "hic praebituri" inquit, "vos telis hostium estis indefensi, inulti? Quid igitur arma habetis, aut quid ultro bellum intulistis, in otio tumultuosi, in bello segnes? Quid hic stantibus spei est? An deum aliquem protecturum vos rapturumque hinc putatis? Ferro via facienda est. Hac qua me praegressum videritis, agite, qui visuri domos parentes coniuges liberos estis, ite mecum! Non murus nec vallum sed armati armatis obstant. Virtute pares, necessitate, quae ultimum ac maximum telum est, superiores estis". Haec locutum exsequentemque dicta redintegrato clamore secuti dant impressionem qua Postumius Albus cohortes obiecerat; et moverunt victorem, donec dictator pedem iam referentibus suis advenit eoque omne proelium versum est. Uni viro Messio fortuna hostium innititur. Multa utrimque volnera, multa passim caedes est; iam ne duces quidem Romani incruenti pugnant. Unus Postumius ictus saxo, perfracto capite acie excessit; non dictatorem umerus volneratus, non Fabium prope adfixum equo femur, non brachium abscisum consulem ex tam ancipiti proelio submovit.

Traduzione all'italiano


Già albeggiava e tutto era chiaro davanti agli occhi. Fabio si era buttato alla carica con la cavalleria e il console aveva fatto una sortita dal campo contro i nemici ormai in preda al panico. Il dittatore invece, dall’altra parte, assaliti i rinforzi e la seconda linea, aveva opposto ovunque al nemico che ripiegava incalzato da grida confuse e attacchi improvvisi, la fanteria e la cavalleria vittoriose. Ormai completamente circondati, avrebbero tutti pagato, fino all’ultimo uomo, il prezzo della nuova aggressione, se non fosse stato per Vezio Messio, un volsco famoso più per le sue gesta che per la sua stirpe, il quale rimproverò i suoi compagni che già si disponevano a cerchio: “Avete deciso,” gridò, “di offrirvi al ferro dei nemici senza difendervi e senza vendicarvi? Ma allora perché mai avete preso le armi e fatto scoppiare una guerra senza essere provocati, voi che siete turbolenti in tempo di pace e fiacchi sul campo di battaglia? In che cosa sperate rimanendo qui fermi? Credete che ci penserà qualche dio a proteggervi e a portarvi via da qui? Con la spada bisogna aprirci la via. Avanti, guardate dove vado io e seguitemi, se ci tenete a rivedere le vostre case, i genitori, le mogli e i figli! Davanti non ci sono né muri né fortificazioni, ma solo uomini armati come voi. Per coraggio siete pari a loro, ma superiori per la forza della disperazione, che è l’ultima e la più potente arma.” Detto questo, mise súbito in pratica le sue parole. E i compagni, alzando di nuovo il grido di guerra, gli tennero dietro lanciandosi all’attacco là dove Postumio Albo aveva schierato le sue coorti. Riuscirono a far arretrare i vincitori fino a quando non sopraggiunse il dittatore in aiuto dei suoi che già si ritiravano: in quel luogo si concentrò l’intera battaglia. Le sorti del nemico sono affidate a un solo uomo: Messio. Da entrambe le parti molte sono le ferite, molte le stragi; ormai neanche i comandanti romani combattono illesi. Tuttavia solo Postumio, colpito da un sasso, lasciò la battaglia con il cranio fratturato. Ad allontanare dalla battaglia così in bilico il dittatore non bastò una ferita alla spalla, né furono sufficienti a Fabio un femore quasi inchiodato nel fianco del cavallo e al console un braccio troncato.