Traduzione di Paragrafo 27, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Haec omnia celeritate ingenti acta; relictoque Cn. Iulio consule ad praesidium urbis et L. Iulio magistro equitum ad subita belli ministeria, ne qua res qua eguissent in castris moraretur, dictator, praeeunte A. Cornelio pontifice maximo, ludos magnos tumultus causa vovit, profectusque ab urbe, diviso cum Quinctio consule exercitu, ad hostes pervenit. Sicut bina castra hostium parvo inter se spatio distantia viderant, ipsi quoque mille ferme passus ab hoste dictator Tusculo, consul Lanuvio propiorem locum castris ceperunt. Ita quattuor exercitus, totidem munimenta planitiem in medio non parvis modo excursionibus ad proelia, sed vel ad explicandas utrimque acies satis patentem habebant. Nec ex quo castris castra conlata sunt cessatum a levibus proeliis est, facile patiente dictatore conferendo vires spem universae victoriae temptato paulatim eventu certaminum suos praecipere. Itaque hostes nulla in proelio iusto relicta spe, noctu adorti castra consulis rem in casum ancipitis eventus committunt. Clamor subito ortus non consulis modo vigiles, exercitum deinde omnem, sed dictatorem quoque ex somno excivit. Ubi praesenti ope res egebant, consul nec animo defecit nec consilio: pars militum portarum stationes firmat, pars corona vallum cingunt. In alteris apud dictatorem castris quo minus tumultus est, eo plus animadvertitur quid opus facto sit. Missum extemplo ad castra subsidium, cui Sp. Postumius Albus legatus praeficitur: ipse parte copiarum parvo circuitu locum maxime secretum ab tumultu petit, unde ex necopinato aversum hostem invadat. Q. Sulpicium legatum praeficit castris; M. Fabio legato adsignat equites, nec ante lucem movere iubet manum inter nocturnos tumultus moderatu difficilem. Omnia quae vel alius imperator prudens et impiger in tali re praeciperet ageretque, praecipit ordine atque agit: illud eximium consilii animique specimen et neutiquam volgatae laudis, quod ultro ad oppugnanda castra hostium, unde maiore agmine profectos exploratum fuerat, M. Geganium cum cohortibus delectis misit. Qui postquam intentos homines in eventum periculi alieni, pro se incautos neglectis vigiliis stationibusque est adortus, prius paene cepit castra quam oppugnari hostes satis scirent. Inde fumo, ut convenerat, datum signum ubi conspectum ab dictatore est, exclamat capta hostium castra nuntiarique passim iubet.

Traduzione all'italiano


Tutti questi preparativi furono portati a termine con estrema rapidità. Il console Gneo Giulio venne lasciato a difesa della città. Al maestro della cavalleria Lucio Giulio venne invece affidato il cómpito di provvedere alle più immediate necessità belliche, in modo che la mancanza di qualcosa non costringesse le truppe a rimanere nell’accampamento. Il dittatore, ripetendo la formula suggeritagli dal pontefice massimo Aulo Cornelio, promise in voto, per la guerra appena scoppiata, di indire giochi solenni. Poi, dopo aver diviso le truppe con il console Quinzio, lasciò Roma e raggiunse il nemico. Appena videro che i due accampamenti dei nemici erano posti a poca distanza l’uno dall’altro, i comandanti romani decisero anch’essi di accamparsi a circa un miglio di distanza, il dittatore nella zona di Tuscolo e il console verso Lanuvio. Così i quattro eserciti e le rispettive fortificazioni avevano nel mezzo una pianura, abbastanza vasta non solo per le scaramucce che precedono la battaglia, ma anche per lo spiegamento delle schiere da entrambe le parti. Dal momento in cui gli accampamenti vennero posti l’uno di fronte all’altro, fu un continuo susseguirsi di piccoli scontri; il dittatore era contento che i suoi uomini misurassero le loro forze e, sperimentando il successo in queste rapide sortite, nutrissero speranze nella vittoria finale. I nemici, abbandonata ogni speranza di avere la meglio in una battaglia regolare, nella notte assalirono l’accampamento del console, affidandosi al caso e al rischio. Il clamore sorto all’improvviso svegliò dal sonno non solo le sentinelle del console e tutto il suo esercito, ma anche il dittatore. In quell’occasione, in cui le circostanze richiedevano una reazione immediata, il console dimostrò di non difettare né di coraggio né di accortezza: con parte dei suoi uomini rinsaldò i posti di guardia agli ingressi e dispose in cerchio il resto delle truppe a protezione della trincea. Nell’altro accampamento, quello del dittatore, essendoci meno trambusto, fu più facile considerare il da farsi. Vennero súbito inviati rinforzi al campo del console, affidandone il comando al luogotenente Spurio Postumio Albo. Il dittatore invece, a capo di un contingente, con una breve diversione raggiunge una posizione defilata rispetto al luogo di attacco per assalire il nemico di sorpresa. A comandare l’accampamento lascia il luogotenente Quinto Sulpicio, mentre all’altro aiutante Marco Fabio affida la cavalleria, ordinandogli però di non muoversi prima dell’alba, perché sarebbe stato difficile mantenere il controllo di quelle truppe nella confusione della notte. Tutte le cose che un capo militare saggio e sollecito avrebbe ordinato e messo in pratica in una situazione del genere, il dittatore le ordinò e le mise ordinatamente in pratica. Ma una singolare prova di coraggio, di accortezza e di qualità non comuni fu l’avere mandato Marco Geganio con coorti scelte ad attaccare l’accampamento nemico dal quale risultassero usciti i nemici in maggior numero. Geganio, assaliti gli uomini rimasti nel campo, mentre intenti a seguire la sorte dei compagni in pericolo non si preoccupavano per se stessi e avevano trascurato di porre le sentinelle e i posti di guardia, conquistò l’accampamento ancora prima che i nemici si rendessero conto dell’attacco. Poi, com’era stato convenuto, fu dato il segnale col fumo; quando il dittatore lo vide, urlò che l’accampamento nemico era stato preso e ordinò di riferire ovunque la notizia.