Traduzione di Paragrafo 24, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Ea res aliquanto exspectatione omnium tranquillior fuit. Itaque cum renuntiatum a mercatoribus esset negata Veientibus auxilia, iussosque suo consilio bellum initum suis viribus exsequi nec adversarum rerum quaerere socios, cum quibus spem integram communicati non sint, tum dictator, ne nequiquam creatus esset, materia quaerendae bello gloriae adempta, in pace aliquid operis edere quod monumentum esset dictaturae cupiens, censuram minuere parat, seu nimiam potestatem ratus seu non tam magnitudine honoris quam diuturnitate offensus. Contione itaque advocata, rem publicam foris gerendam ait tutaque omnia praestanda deos immortales suscepisse: se, quod intra muros agendum esset, libertati populi Romani consulturum. Maximam autem eius custodiam esse, si magna imperia diuturna non essent et temporis modus imponeretur, quibus iuris imponi non posset. Alios magistratus annuos esse, quinquennalem censuram; grave esse iisdem per tot annos magna parte vitae obnoxios vivere. Se legem laturum ne plus quam annua ac semestris censura esset. Consensu ingenti populi legem postero die pertulit et "ut re ipsa" inquit, "sciatis, Quirites, quam mihi diuturna non placeant imperia, dictatura me abdico". Deposito suo magistratu, imposito fine alteri, cum gratulatione ac favore ingenti populi domum est reductus. Censores aegre passi Mamercum quod magistratum populi Romani minuisset tribu moverunt octiplicatoque censu aerarium fecerunt. Quam rem ipsum ingenti animo tulisse ferunt, causam potius ignominiae intuentem quam ignominiam; primores patrum, quamquam deminutum censurae ius noluissent, exemplo acerbitatis censoriae offensos, quippe cum se quisque diutius ac saepius subiectum censoribus fore cerneret quam censuram gesturum: populi certe tanta indignatio coorta dicitur ut vis a censoribus nullius auctoritate praeterquam ipsius Mamerci deterreri quiverit.

Traduzione all'italiano


Ma questa faccenda finì per essere più tranquilla di quanto tutti si aspettassero. Alcuni mercanti riferirono che ai Veienti era stato negato ogni aiuto e che erano stati invitati a proseguire unicamente con le loro forze la guerra che avevano scatenato per iniziativa personale e a non cercare nelle avversità come alleati coloro con i quali non avevano voluto dividere la speranza, non ancora compromessa, di successo. Di conseguenza il dittatore, per dimostrare di non essere stato eletto invano, pur non avendo più la possibilità di conquistare gloria in guerra, ma desiderando compiere ugualmente in pace qualche impresa che suggellasse per sempre nel ricordo la propria dittatura, studiò il modo di indebolire la censura. E questo sia perché ne giudicava eccessivo il potere, sia perché era infastidito, più ancora che dall’importanza, dalla durata di quella carica. Così, dopo aver convocato l’assemblea, disse che gli dèi immortali si erano assunti il cómpito di provvedere all’interesse della repubblica all’esterno e di rendere tutto sicuro. Quanto a lui, avrebbe fatto il necessario all’interno delle mura per salvaguardare la libertà del popolo romano. Ora, la maggiore garanzia di libertà era che le cariche più importanti non si protraessero troppo a lungo e che si ponesse un limite di tempo a quelle magistrature delle quali non si poteva limitare l’autorità. Mentre le altre cariche erano annuali, la censura era invece quinquennale; era gravoso vivere per tanti anni, per una gran parte dell’esistenza, sottoposti alle stesse persone. Per questo egli avrebbe presentato una legge che riduceva la durata della censura a non più di un anno e mezzo. Il giorno successivo, quando la legge venne approvata col consenso quasi unanime del popolo, il dittatore disse: “Perché voi, o Quiriti, abbiate la prova di quanto mi siano sgraditi gli incarichi che durano troppo a lungo, rinuncio alla dittatura.” Deposta la sua magistratura dopo aver fissato un limite a quella altrui, fu riaccompagnato a casa tra le dimostrazioni di gioia e il plauso del popolo. Ma avendo i censori sopportato di malanimo che Mamerco avesse sminuito l’importanza di una magistratura del popolo romano, lo radiarono dalla sua tribù e lo iscrissero tra gli erarii, tassandolo per un censo otto volte maggiore. Riferiscono che Mamerco abbia sopportato il colpo con grande forza d’animo, dando maggiore importanza alla causa di quella umiliazione che non all’umiliazione stessa. I capi dei patrizi, benché contrari a ridurre il potere della censura, rimasero colpiti da questo esempio di durezza censoria, perché ciascuno vedeva che sarebbe stato soggetto passivo della censura più spesso e più a lungo che non soggetto attivo. Sta di fatto che - almeno stando a quanto si racconta - l’indignazione del popolo arrivò a un punto tale che dovette intervenire Mamerco, con la sua autorità, per proteggere i censori dalla violenza della folla.