Traduzione di Paragrafo 20, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Omnibus locis re bene gesta, dictator senatus consulto iussuque populi triumphans in urbem rediit. Longe maximum triumphi spectaculum fuit Cossus, spolia opima regis interfecti gerens; in eum milites carmina incondita aequantes eum Romulo canere. Spolia in aede Iovis Feretri prope Romuli spolia quae, prima opima appellata, sola ea tempestate erant, cum sollemni dedicatione dono fixit; averteratque in se a curru dictatoris civium ora et celebritatis eius diei fructum prope solus tulerat. Dictator coronam auream, libram pondo, ex publica pecunia populi iussu in Capitolio Iovi donum posuit. Omnes ante me auctores secutus, A. Cornelium Cossum tribunum militum secunda spolia opima Iovis Feretri templo intulisse exposui; ceterum, praeterquam quod ea rite opima spolia habentur, quae dux duci detraxit nec ducem novimus nisi cuius auspicio bellum geritur, titulus ipse spoliis inscriptus illos meque arguit consulem ea Cossum cepisse. Hoc ego cum Augustum Caesarem, templorum omnium conditorem aut restitutorem, ingressum aedem Feretri Iovis quam vetustate dilapsam refecit, se ipsum in thorace linteo scriptum legisse audissem, prope sacrilegium ratus sum Cosso spoliorum suorum Caesarem, ipsius templi auctorem, subtrahere testem. Qui si ea in re sit error quod tam veteres annales quodque magistratuum libri, quos linteos in aede repositos Monetae Macer Licinius citat identidem auctores, septimo post demum anno cum T. Quinctio Poeno A. Cornelium Cossum consulem habeant, existimatio communis omnibus est. Nam etiam illud accedit, ne tam clara pugna in eum annum transferri posset, quod imbelle triennium ferme pestilentia inopiaque frugum circa A. Cornelium consulem fuit, adeo ut quidam annales velut funesti nihil praeter nomina consulum suggerant. Tertius ab consulatu Cossi annus tribunum eum militum consulari potestate habet, eodem anno magistrum equitum; quo in imperio alteram insignem edidit pugnam equestrem. Ea libera coniectura est. Sed, ut ego arbitror, vana versare in omnes opiniones licet, cum auctor pugnae, recentibus spoliis in sacra sede positis, Iovem prope ipsum, cui vota erant, Romulumque intuens, haud spernendos falsi tituli testes, se A. Cornelium Cossum consulem scripserit.

Traduzione all'italiano


Siccome l’impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del senato e per volontà del popolo, il dittatore poté tornare a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più grande fu la vista di Cosso che avanzava reggendo le spoglie opime del re ucciso; in onore di Cosso i soldati cantavano rozzi inni nei quali lo paragonavano a Romolo. Egli, con la dedica rituale, appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle conquistate da Romolo, che erano state le prime, e fino a quel momento le uniche, ad essere chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli dal cocchio del dittatore, così che la gloria di quel giorno fu quasi tutta sua. Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d’oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. Ma, al di là del fatto che opime sono per tradizione soltanto le spoglie strappate da un comandante a un altro comandante e che il solo che noi riconosciamo come comandante è quello sotto i cui auspici viene condotta una guerra, l’iscrizione stessa posta su quelle spoglie confuta la tesi degli altri e la mia, dimostrando che Cosso quando le strappò era console. Ma quando ho sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i nostri templi, raccontare di essere entrato nel santuario di Giove Feretrio - da lui fatto ricostruire perché in rovina ormai con l’andar del tempo - e di aver letto questa iscrizione sulla corazza di lino, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio. Dove poi sia l’errore, per quale motivo tanto gli annali antichi quanto le liste dei magistrati (quelle che, scritte su lino e conservate nel tempio di Giunone Moneta, sono continuamente citate da Licinio Macro come fonte) riportino il consolato di Aulo Cornelio Cosso insieme a Tito Quinzio solo sei anni dopo, è una questione sulla quale è giusto che ciascuno abbia una sua opinione personale. Ma un altro valido motivo per non spostare in quell’anno una battaglia così famosa è che il consolato di Aulo Cornelio cadde in un triennio nel quale non ci fu alcuna guerra, a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali riportano solo i nomi dei consoli, catalogando l’annata come funesta. Due anni dopo il consolato, Cosso fu tribuno militare con potere consolare e nello stesso anno maestro della cavalleria, e mentre ricopriva quella carica combatté un’altra celebre battaglia equestre. Su questo punto è possibile fare molte congetture, anche se a mio parere inutili. Ognuno può credere quello che vuole, fatto sta che il vero protagonista del combattimento, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo - testimoni che l’autore di un falso non può certo prendere alla leggera -, si sottoscrisse: Aulo Cornelio Cosso console.