Traduzione di Paragrafo 19, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Erat tum inter equites tribunus militum A. Cornelius Cossus, eximia pulchritudine corporis, animo ac viribus par memorque generis, quod amplissimum acceptum maius auctiusque reliquit posteris. Is cum ad impetum Tolumni, quacumque se intendisset, trepidantes Romanas videret turmas insignemque eum regio habitu volitantem tota acie cognosset, "hicine est" inquit, "ruptor foederis humani violatorque gentium iuris? Iam ego hanc mactatam victimam, si modo sancti quicquam in terris esse di volunt, legatorum manibus dabo". Calcaribus subditis infesta cuspide in unum fertur hostem; quem cum ictum equo deiecisset, confestim et ipse hasta innixus se in pedes excepit. Adsurgentem ibi regem umbone resupinat, repetitumque saepius cuspide ad terram adfixit. Tum exsangui detracta spolia caputque abscisum victor spiculo gerens terrore caesi regis hostes fundit. Ita equitum quoque fusa acies, quae una fecerat anceps certamen. Dictator legionibus fugatis instat et ad castra compulsos caedit. Fidenatium plurimi locorum notitia effugere in montes. Cossus Tiberim cum equitatu transvectus ex agro Veientano ingentem detulit praedam ad urbem. Inter proelium et ad castra Romana pugnatum est adversus partem copiarum ab Tolumnio, ut ante dictum est, ad castra missam. Fabius Vibulanus corona primum vallum defendit; intentos deinde hostes in vallum, egressus dextra principali cum triariis, repente invadit. Quo pavore iniecto caedes minor, quia pauciores erant, fuga non minus trepida quam in acie fuit.

Traduzione all'italiano


Vi era allora, tra le fila dei cavalieri, il tribuno militare Aulo Cornelio Cosso; la sua straordinaria bellezza era pari al coraggio e alla forza. Orgoglioso del nome della sua stirpe, che aveva ereditato già insigne, fece in modo che diventasse per i suoi discendenti ancora più nobile e glorioso. Essendosi reso conto che Tolumnio, dovunque si buttasse all’assalto, seminava lo scompiglio tra gli squadroni romani, e avendolo riconosciuto mentre galoppava col suo abito regale su e giù per la linea di battaglia, urlò: “È lui che ha violato il patto stipulato tra gli uomini e infranto il diritto delle genti? Allora, se gli dèi vogliono che su questa terra ci sia ancora qualcosa di sacro, io lo offro come vittima sacrificale ai Mani degli ambasciatori uccisi!” E, spronato il cavallo, si buttò, lancia in resta, contro quel solo nemico. Dopo averlo colpito e disarcionato, facendo leva sulla lancia, scese anch’egli da cavallo. E mentre il re cercava di rialzarsi, Cosso lo gettò di nuovo a terra con lo scudo e poi, colpendolo ripetutamente, lo inchiodò al suolo con la lancia. Allora, trionfante, mostrando le armi tolte al cadavere e la testa mozzata infissa sulla punta dell’asta, volse in fuga i nemici, terrorizzati dall’uccisione del re. Così anche la cavalleria, che da sola aveva reso incerte le sorti dello scontro, fu disfatta. Il dittatore si buttò all’inseguimento delle legioni in fuga e, dopo averle spinte verso l’accampamento, le massacrò. La maggior parte dei Fidenati, conoscendo i luoghi, riuscì a fuggire sulle montagne. Cosso attraversò il Tevere con la cavalleria, riportando a Roma un ingente bottino razziato nel territorio di Veio. Mentre la battaglia era in pieno svolgimento, si combatté anche nei pressi dell’accampamento romano, dove ci fu lo scontro con le truppe inviate, come già detto, da Tolumnio proprio in quella direzione. Fabio Vibulano in un primo tempo difese la trincea disponendo gli uomini a semicerchio. Poi, mentre i nemici erano concentrati sul vallo, fece una sortita dalla porta principale sulla destra con i triarii e assalì gli avversari all’improvviso. Il panico che s’impossessò di loro provocò una strage minore che nella battaglia vera e propria perché erano in pochi, ma la fuga non fu meno precipitosa.