Traduzione di Paragrafo 18, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Inter hostes variae fuere sententiae. Faliscus procul ab domo militiam aegre patiens satisque fidens sibi, poscere pugnam: Veienti Fidenatique plus spei in trahendo bello esse. Tolumnius, quamquam suorum magis placebant consilia, ne longinquam militiam non paterentur Falisci, postero die se pugnaturum edicit. Dictatori ac Romanis, quod detractasset pugnam hostis, animi accessere; posteroque die iam militibus castra urbemque se oppugnaturos frementibus ni copia pugnae fiat, utrimque acies inter bina castra in medium campi procedunt. Veiens multitudine abundans, qui inter dimicationem castra Romana adgrederentur post montes circummisit. Trium populorum exercitus ita stetit instructus ut dextrum cornu Veientes, sinistrum Falisci tenerent, medii Fidenates essent. Dictator dextro cornu adversus Faliscos, sinistro contra Veientem Capitolinus Quinctius intulit signa; ante mediam aciem cum equitatu magister equitum processit. Parumper silentium et quies fuit, nec Etruscis nisi cogerentur pugnam inituris et dictatore arcem Romanam respectante, ut ex ea ab auguribus, simul aves rite admisissent, ex composito tolleretur signum. Quod simul conspexit, primos equites clamore sublato in hostem emisit; secuta peditum acies ingenti vi conflixit. Nulla parte legiones Etruscae sustinuere impetum Romanorum; eques maxime resistebat, equitumque longe fortissimus ipse rex ab omni parte effuse sequentibus obequitans Romanis trahebat certamen.

Traduzione all'italiano


Tra i nemici c’erano punti di vista molto diversi. I Falisci volevano súbito lo scontro perché avevano fiducia in se stessi e mal sopportavano di combattere lontano da casa. I Veienti e i Fidenati riponevano invece maggiori speranze in un prolungamento della guerra. Tolumnio, pur condividendo il parere dei suoi uomini, per evitare che i Falisci dovessero sobbarcarsi a operazioni destinate ad andare per le lunghe, annunciò che avrebbe affrontato il nemico il giorno successivo. Intanto era cresciuto il coraggio nel dittatore e nei Romani perché il nemico evitava lo scontro. Il giorno dopo, quando i soldati sdegnati già minacciavano di assalire l’accampamento e la città se non si offriva occasione per battersi, entrambi gli eserciti avanzarono nello spazio di terra compreso tra i due accampamenti. Siccome il capo dei Veienti disponeva di molti uomini, mandò delle truppe ad aggirare le alture perché, nel corso della lotta, prendessero alle spalle il campo romano. L’esercito dei tre popoli nemici era schierato in modo che i Veienti tenessero l’ala destra, i Falisci la sinistra e i Fidenati il centro. Il dittatore mosse sulla destra contro i Falisci, Quinzio Capitolino sulla sinistra contro i Veienti. Il maestro della cavalleria si dispose con i suoi cavalieri all’attacco del centro. Per qualche tempo vi fu silenzio e quiete perché da una parte gli Etruschi non avevano intenzione di lanciarsi nella battaglia, se non vi erano costretti, e dall’altra il dittatore romano fissava con insistenza la cittadella, da dove gli àuguri dovevano inviare il segnale convenuto, non appena i presagi fossero stati propizi. Come vide il segnale, levato il grido di guerra, lanciò contro il nemico per primi i cavalieri, seguiti dalla schiera dei fanti che combatté con grande vigore. In nessuna parte le legioni etrusche riuscirono a reggere l’urto romano: i loro cavalieri offrivano la resistenza più tenace e il re in persona - il più forte, in assoluto, di tutti i cavalieri - prolungava la lotta avventandosi contro i Romani, mentre questi ultimi si sparpagliavano nella foga dell’inseguimento.