Traduzione di Paragrafo 15, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Tumultuantem deinde multitudinem incerta existimatione facti ad contionem vocari iussit, et Maelium iure caesum pronuntiavit etiamsi regni crimine insons fuerit, qui vocatus a magistro equitum ad dictatorem non venisset. Se ad causam cognoscendam consedisse, qua cognita habiturum fuisse Maelium similem causae fortunam; vim parantem ne iudicio se committeret, vi coercitum esse. Nec cum eo tamquam cum cive agendum fuisse, qui natus in libero populo inter iura legesque, ex qua urbe reges exactos sciret eodemque anno sororis filios regis et liberos consulis, liberatoris patriae, propter pactionem indicatam recipiendorum in urbem regum a patre securi esse percussos, ex qua Collatinum Tarquinium consulem nominis odio abdicare se magistratu atque exsulare iussum, in qua de Sp. Cassio post aliquot annos propter consilia inita de regno supplicium sumptum, in qua nuper decemviros bonis, exsilio, capite multatos ob superbiam regiam, in ea Sp. Maelius spem regni conceperit. Et quis homo? Quamquam nullam nobilitatem, nullos honores, nulla merita cuiquam ad dominationem pandere viam; sed tamen Claudios, Cassios consulatibus, decemviratibus, suis maiorumque honoribus, splendore familiarum sustulisse animos quo nefas fuerit: Sp. Maelium, cui tribunatus plebis magis optandus quam sperandus fuerit, frumentarium divitem bilibris farris sperasse libertatem se civium suorum emisse, ciboque obiciendo ratum victorem finitimorum omnium populum in servitutem perlici posse, ut quem senatorem concoquere civitas vix posset regem ferret, Romuli conditoris, ab dis orti, recepti ad deos, insignia atque imperium habentem. Non pro scelere id magis quam pro monstro habendum, nec satis esse sanguine eius expiatum, nisi tecta parietesque intra quae tantum amentiae conceptum esset dissiparentur bonaque contacta pretiis regni mercandi publicarentur. Iubere itaque quaestores vendere ea bona atque in publicum redigere.

Traduzione all'italiano


Poi, siccome la folla era in tumulto non sapendo come interpretare l’accaduto, Cincinnato ordinò di convocare l’assemblea del popolo. Lì dichiarò che l’uccisione di Melio era stata legittima perché, anche se non fosse stato colpevole del crimine di aspirare al regno, non si era presentato di fronte al dittatore quando era stato convocato dal comandante della cavalleria. Disse anche di essersi seduto in tribunale per istruire la causa: se il processo avesse avuto luogo, a Melio sarebbe toccato un verdetto conforme agli esiti del dibattito. Ma siccome Melio si preparava a ricorrere alla violenza per evitare il processo, con la violenza era stato punito. E non sarebbe stato giusto trattarlo come un cittadino perché, nato in un popolo libero, con diritti e leggi, in una città da cui, come lui sapeva benissimo, erano stati cacciati i re e dove, nel corso dello stesso anno, essendo stata scoperta una congiura volta a riaccogliere in città i re, erano stati fatti decapitare dal padre i figli della sorella del re e del console che aveva liberato il paese, dove al console Tarquinio Collatino, soltanto per l’odio verso il nome che portava, era stato imposto di rinunciare alla magistratura e di andare in esilio, e dove, alcuni anni dopo, a Spurio Cassio era stata comminata la pena capitale per aver ordito un complotto per diventare re, dove di recente ai decemviri era toccata la confisca dei beni, l’esilio e la pena di morte per essersi comportati con la tracotanza dei re, Spurio Melio aveva nutrito, in quella stessa città, la speranza di salire al trono. Ma che uomo era? Anche se nessuna nobiltà, nessuna carica, nessun merito può spianare ad alcuno la strada alla tirannide, almeno i Claudi e i Cassi avevano concepito ambizioni illecite spinti dai consolati e dai decemvirati, dalle cariche ricoperte da loro stessi e dai loro antenati. Spurio Melio, un ricco commerciante di grano che avrebbe dovuto desiderare il tribunato della plebe più che sperare di ottenerlo, si era illuso di aver comprato la libertà dei suoi concittadini con due libbre di farro e aveva creduto, dando un po’ di cibo, di poter ridurre in schiavitù un popolo che aveva sottomesso tutti i vicini. E tutto questo nella speranza che un paese, che era riuscito a malapena a digerirlo come senatore, lo accettasse come re, investito del potere e delle insegne del fondatore Romolo, che discendeva dagli dèi e che agli dèi aveva fatto ritorno. Un fatto del genere doveva essere considerato, più che un delitto, una vera mostruosità: e il sangue di Melio non sarebbe bastato a espiarlo, se non venivano demoliti il tetto e le pareti all’interno delle quali era stato concepito un proposito tanto insano e se non si confiscavano quei beni contaminati dal denaro speso per comprare il regno. Cincinnato ordinò poi ai questori di vendere quei beni e di versare il ricavato nel pubblico erario.