Traduzione di Paragrafo 13, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Tum Sp. Maelius ex equestri ordine, ut illis temporibus praedives, rem utilem pessimo exemplo, peiore consilio est adgressus. Frumento namque ex Etruria privata pecunia per hospitum clientiumque ministeria coempto, quae, credo, ipsa res ad levandam publica cura annonam impedimento fuerat, largitiones frumenti facere instituit; plebemque hoc munere delenitam, quacumque incederet, conspectus elatusque supra modum hominis privati, secum trahere, haud dubium consulatum favore ac spe despondentem. Ipse, ut est humanus animus insatiabilis eo quod fortuna spondet, ad altiora et non concessa tendere et, quoniam consulatus quoque eripiendus invitis patribus esset, de regno agitare: id unum dignum tanto apparatu consiliorum et certamine quod ingens exsudandum esset praemium fore. Iam comitia consularia instabant; quae res eum necdum compositis maturisve satis consiliis oppressit. Consul sextum creatus T. Quinctius Capitolinus, minime opportunus vir novanti res; collega additur ei Agrippa Menenius cui Lanato erat cognomen; et L. Minucius praefectus annonae seu refectus seu, quoad res posceret, in incertum creatus; nihil enim constat, nisi in libros linteos utroque anno relatum inter magistratus praefecti nomen. Hic Minucius eandem publice curationem agens quam Maelius privatim agendam susceperat, cum in utraque domo genus idem hominum versaretur, rem compertam ad senatum defert: tela in domum Maeli conferri, eumque contiones domi habere, ac non dubia regni consilia esse. Tempus agendae rei nondum stare: cetera iam convenisse: et tribunos mercede emptos ad prodendam libertatem et partita ducibus multitudinis ministeria esse. Serius se paene quam tutum fuerit, ne cuius incerti vanique auctor esset, ea deferre. Quae postquam sunt audita, cum undique primores patrum et prioris anni consules increparent quod eas largitiones coetusque plebis in privata domo passi essent fieri, et novos consules quod exspectassent donec a praefecto annonae tanta res ad senatum deferretur, quae consulem non auctorem solum desideraret sed etiam vindicem, tum Quinctius consules immerito increpari ait, qui constricti legibus de provocatione ad dissolvendum imperium latis, nequaquam tantum virium in magistratu ad eam rem pro atrocitate vindicandam quantum animi haberent. Opus esse non forti solum viro sed etiam libero exsolutoque legum vinclis. Itaque se dictatorem L. Quinctium dicturum; ibi animum parem tantae potestati esse. Adprobantibus cunctis, primo Quinctius abnuere et quid sibi vellent rogitare qui se aetate exacta tantae dimicationi obicerent. Dein cum undique plus in illo senili animo non consilii modo sed etiam virtutis esse quam in omnibus aliis dicerent laudibusque haud immeritis onerarent, et consul nihil remitteret, precatus tandem deos immortales Cincinnatus ne senectus sua in tam trepidis rebus damno dedecorive rei publicae esset, dictator a consule dicitur. Ipse deinde C. Servilium Ahalam magistrum equitum dicit.

Traduzione all'italiano


Allora Spurio Melio, che apparteneva all’ordine equestre ed era molto ricco per quei tempi, prese un’iniziativa utile di per sé, ma di pessimo esempio e ispirata da un disegno ancora peggiore. Infatti, avendo a sue spese comprato grano in Etruria grazie all’interessamento di amici e clienti - questa iniziativa credo che abbia ostacolato i tentativi dello Stato per alleviare la carestia - ordinò di distribuire frumento gratuitamente. Così, ammirato ed esaltato oltre il limite consentito a un privato cittadino, ovunque andasse si trascinava dietro la plebe sedotta dalla sua generosità; le aspettative e il favore della plebe erano una garanzia quasi certa per il conseguimento del consolato. Ma egli - l’animo umano non è mai sazio di ciò che la fortuna gli promette - cominciò ad aspirare a traguardi ancora più alti e irraggiungibili. Siccome anche il consolato avrebbe dovuto strapparlo all’opposizione dei senatori, iniziò a pensare al regno: infatti soltanto il trono sarebbe stato una ricompensa adeguata alla grandiosità dei suoi progetti e alla dura fatica che avrebbe dovuto sostenere. I comizi per l’elezione dei consoli erano ormai alle porte e questa scadenza lo sorprese quando i suoi piani non erano ancora completi né sufficientemente perfezionati. Fu eletto console per la sesta volta Tito Quinzio Capitolino, un uomo davvero poco favorevole a chi aveva intenzioni rivoluzionarie. Come collega gli fu assegnato Agrippa Menenio detto Lanato. Lucio Minucio fu o rieletto prefetto dell’annona, oppure gli venne affidato l’incarico per un periodo indeterminato, fino a quando la situazione lo richiedesse. Nient’altro infatti risulta, se non che il suo nome è registrato nei libri lintei nella lista dei magistrati, in qualità di prefetto dell’annona per entrambi gli anni. Questo Minucio, che ufficialmente esercitava le stesse funzioni che Melio esercitava in privato (e il medesimo tipo di individui frequentava le case dell’uno e dell’altro), denunciò al senato quello che aveva scoperto: che si raccoglievano armi a casa di Melio, che egli vi teneva riunioni segrete e che sicuramente progettava di restaurare la monarchia. Il momento dell’azione non era stato ancora deciso, ma tutto il resto era già stato convenuto: col denaro erano stati corrotti i tribuni perché tradissero la libertà e cómpiti specifici erano stati assegnati ai capipopolo. Quanto a lui, aveva denunciato il complotto forse più tardi di quel che la sicurezza avrebbe richiesto, per non dare informazioni approssimative o infondate. Dopo aver sentito le parole di Minucio, i senatori più influenti rimproverarono i consoli dell’anno precedente per aver tollerato quelle elargizioni e quelle riunioni della plebe in abitazioni private; ai consoli appena eletti rimproverarono di aver aspettato che una macchinazione così preoccupante venisse denunciata al senato dal prefetto dell’annona, quando invece sarebbe stato cómpito del console non solo denunciarla, ma anche reprimerla. Allora Quinzio replicò che si rimproveravano ingiustamente i consoli, i quali, vincolati com’erano dalle leggi sul diritto di appello, approvate solo per indebolire la loro autorità, non avevano forze adeguate alla loro intenzione di punire quel crimine in ragione della sua gravità: c’era bisogno di un uomo non soltanto forte, ma anche libero e sciolto dai vincoli delle leggi. Per questo avrebbe proposto come dittatore Lucio Quinzio, uomo dotato di un temperamento consono a quell’enorme potere. Nonostante tutti approvassero la proposta, Quinzio sulle prime rifiutò e chiese come potessero pensare di buttarlo, vecchio com’era, in uno scontro così aspro. Ma poi, visto che da ogni parte gli dicevano che in quella tempra di vecchio c’era non solo più saggezza, ma anche più coraggio che in tutti gli altri, e che lo coprivano di elogi non certo immeritati, siccome il console non desisteva, alla fine Cincinnato, dopo aver pregato gli dèi immortali che la sua vecchiaia non portasse danno e disonore alla repubblica in quelle delicate circostanze, fu proclamato dittatore dal console. Cincinnato poi nominò maestro della cavalleria Gaio Servilio Aala.