Traduzione di Paragrafo 12, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Pax domi forisque fuit et hoc et insequente anno, C. Furio Paculo et M. Papirio Crasso consulibus. Ludi ab decemviris per secessionem plebis a patribus ex senatus consulto voti eo anno facti sunt. Causa seditionum nequiquam a Poetelio quaesita, qui tribunus plebis iterum ea ipsa denuntiando factus, neque ut de agris dividendis plebi referrent consules ad senatum pervincere potuit, et cum magno certamine obtinuisset ut consulerentur patres, consulum an tribunorum placeret comitia haberi, consules creari iussi sunt; ludibrioque erant minae tribuni denuntiantis se dilectum impediturum, cum quietis finitimis neque bello neque belli apparatu opus esset. Sequitur hanc tranquillitatem rerum annus Proculo Geganio Macerino L. Menenio Lanato consulibus multiplici clade ac periculo insignis, seditionibus, fame, regno prope per largitionis dulcedinem in cervices accepto; unum afuit bellum externum; quo si adgravatae res essent, vix ope deorum omnium resisti potuisset. Coepere a fame mala, seu adversus annus frugibus fuit, seu dulcedine contionum et urbis deserto agrorum cultu; nam utrumque traditur. Et patres plebem desidem et tribuni plebis nunc fraudem, nunc neglegentiam consulum accusabant. Postremo perpulere plebem, haud adversante senatu, ut L. Minucius praefectus annonae crearetur, felicior in eo magistratu ad custodiam libertatis futurus quam ad curationem ministerii sui, quamquam postremo annonae quoque levatae haud immeritam et gratiam et gloriam tulit. Qui cum multis circa finitimos populos legationibus terra marique nequiquam missis, nisi quod ex Etruria haud ita multum frumenti advectum est, nullum momentum annonae fecisset, et revolutus ad dispensationem inopiae, profiteri cogendo frumentum et vendere quod usui menstruo superesset, fraudandoque parte diurni cibi servitia, criminando inde et obiciendo irae populi frumentarios, acerba inquisitione aperiret magis quam levaret inopiam, multi ex plebe, spe amissa, potius quam ut cruciarentur trahendo animam, capitibus obvolutis se in Tiberim praecipitaverunt.

Traduzione all'italiano


Ci fu pace in città e all’esterno in quell’anno e in quello successivo, durante il consolato di Gaio Furio Paculo e di Marco Papirio Crasso. In quell’anno furono celebrati i giochi promessi dai decemviri a séguito di un decreto del senato, ai tempi della secessione dei plebei dai patrizi. Petelio cercò invano di far scoppiare disordini: egli era stato nominato di nuovo tribuno della plebe, preannunziando quel minaccioso programma, ma non riuscì a ottenere che i consoli in senato proponessero di assegnare le terre alla plebe. E quando, dopo uno scontro accesissimo, ottenne che si consultassero i senatori per sapere se si dovevano tenere comizi per eleggere i consoli o i tribuni, fu deciso di eleggere i consoli. Erano oggetto di scherno le minacce del tribuno, di impedire la leva, perché i popoli confinanti se ne stavano quieti e non c’era bisogno né di fare la guerra, né di prepararla. A questo periodo di tranquillità seguì un anno, quello del consolato di Proculo Geganio Macerino e di Lucio Menenio Lanato, caratterizzato da molte morti e da notevoli pericoli, da rivolte, carestia; allettati da elargizioni, quasi si rischiò di finire sotto il giogo della monarchia. Mancò solo una guerra esterna: se essa fosse venuta ad aggravare la situazione, forse non sarebbe bastato l’aiuto di tutti gli dèi per resistere. Tutti i mali cominciarono con una spaventosa carestia, dovuta o all’annata poco propizia al raccolto o all’abbandono delle campagne avvenuto per l’attrattiva esercitata dalle assemblee e dalla vita cittadina: vengono infatti riportate entrambe le cause. I patrizi accusavano la plebe d’indolenza, mentre i tribuni della plebe accusavano ora di disonestà, ora d’incuria i consoli. Infine, senza incontrare l’opposizione del senato, i tribuni spinsero la plebe a eleggere prefetto dell’annona Lucio Minucio il quale, in quella magistratura, doveva avere più successo nella salvaguardia della libertà che nell’esercizio delle sue funzioni, anche se alla fine ottenne gratitudine non immeritata e gloria per aver fatto calare il prezzo del grano. Egli, nonostante avesse mandato per mare e per terra ambascerie ai paesi confinanti, non era riuscito a migliorare la situazione annonaria, fatta eccezione per una modesta quantità di frumento giunta dall’Etruria. Perciò era tornato a distribuire lo scarso grano di cui disponeva, costringendo la gente a dichiarare le scorte di frumento e a vendere la quantità che eccedeva i bisogni di un mese. Diminuì la razione giornaliera degli schiavi, incriminò i mercanti di frumento, esponendoli alla rabbia popolare. Solo che, con i suoi metodi da inquisitore, invece di contenere la carestia, la rivelò a tutti, e il risultato fu che molti plebei, perduta ogni speranza, dopo essersi coperti il capo, si buttarono nel Tevere piuttosto che soffrire continuando a vivere.