Traduzione di Paragrafo 10, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Volscus imperator, qui ad eam diem non commeatu praeparato sed ex populatione agrorum rapto in diem frumento aluisset militem, postquam saeptus vallo repente inops omnium rerum erat, ad conloquium consule evocato, si solvendae obsidionis causa venerit Romanus, abducturum se inde Volscos ait. Adversus ea consul victis condiciones accipiendas esse, non ferendas respondit, neque ut venerint ad oppugnandos socios populi Romani suo arbitrio, ita abituros Volscos esse. Dedi imperatorem, arma poni iubet, et fatentes victos se esse imperio parere; aliter tam abeuntibus quam manentibus se hostem infensum victoriam potius ex Volscis quam pacem infidam Romam relaturum. Volsci exiguam spem in armis alia undique abscisa cum temptassent, praeter cetera adversa loco quoque iniquo ad pugnam congressi, iniquiore ad fugam, cum ab omni parte caederentur, ad preces a certamine versi, dedito imperatore traditisque armis sub iugum missi, cum singulis vestimentis ignominiae cladisque pleni dimittuntur; et cum haud procul urbe Tusculo consedissent, vetere Tusculanorum odio inermes oppressi dederunt poenas, vix nuntiis caedis relictis. Romanus Ardeae turbatas seditione res principibus eius motus securi percussis bonisque eorum in publicum Ardeatium redactis composuit; demptamque iniuriam iudicii tanto beneficio populi Romani Ardeates credebant; senatui superesse aliquid ad delendum publicae avaritiae monumentum videbatur. Consul triumphans in urbem redit, Cluilio duce Volscorum ante currum ducto praelatisque spoliis quibus dearmatum exercitum hostium sub iugum miserat. Aequavit, quod haud facile est, Quinctius consul togatus armati gloriam collegae, quia concordiae pacisque domesticam curam iura infimis summisque moderando ita tenuit ut eum et patres severum consulem et plebs satis comem crediderint. Et adversus tribunos auctoritate plura quam certamine tenuit; quinque consulatus eodem tenore gesti vitaque omnis consulariter acta verendum paene ipsum magis quam honorem faciebant. Eo tribunorum militarium nulla mentio his consulibus fuit;

Traduzione all'italiano


Il comandante dei Volsci, che fino ad allora aveva sfamato i suoi col frumento preso giorno per giorno razziando le campagne circostanti e non con scorte accumulate in precedenza, quando, circondato dal vallo, all’improvviso si trovò del tutto privo di risorse, invitò il console a colloquio e gli disse che, se i Romani erano lì per liberare Ardea dall’assedio, lui avrebbe portato via i Volsci. Il console replicò che i vinti devono subire le condizioni e non dettarle. I Volsci erano venuti ad assediare gli alleati del popolo romano di loro spontanea volontà, però ora non potevano andarsene nella stessa maniera. Ordinò che consegnassero il comandante e che deponessero le armi, dichiarandosi vinti e obbedienti ai suoi ordini. In caso contrario lui sarebbe stato un nemico pericoloso sia per chi se ne andava, sia per chi rimaneva, deciso com’era a riportare a Roma una vittoria sui Volsci piuttosto che una pace incerta. I Volsci, non avendo altre vie d’uscita, tentarono l’unica cosa che restava da fare, lo scontro armato. Siccome, oltre a tutti gli altri svantaggi, si trovavano in un luogo poco adatto al combattimento e ancor meno alla fuga, vennero massacrati da ogni parte. Abbandonata la lotta per implorare invece salvezza, dopo aver consegnato il comandante e cedute le armi, furono fatti passare sotto il giogo e quindi, con addosso un solo indumento per ciascuno, rimandati in patria carichi di vergogna per la disfatta. Accampatisi non lontano da Tuscolo, inermi com’erano, furono sopraffatti dai Tuscolani, che da lungo tempo li odiavano. Così dura fu la punizione che quasi non rimasero superstiti a riferire la notizia del disastro. Ad Ardea il console romano ristabilì l’ordine sconvolto dalla sedizione, facendo decapitare i capi e confiscando i loro beni a beneficio dell’erario degli Ardeati. Questi pensavano che il grande servigio prestato loro dal popolo romano avesse riparato l’affronto del verdetto relativo alla terra contesa; ciò nonostante al senato di Roma sembrava che ci fosse ancora qualcosa da fare per cancellare il ricordo di quella avidità dello Stato romano. Il console tornò a Roma in trionfo, facendo camminare davanti al suo carro il comandante dei Volsci Cluilio e mettendo in mostra le spoglie strappate all’esercito nemico che, disarmato, era stato da lui costretto a passare sotto il giogo. Il console Quinzio, rimasto in patria, riuscì ad eguagliare, cosa non facile, i riconoscimenti ottenuti dal collega in campo militare: ebbe cura della pace e della concordia interne, regolando i diritti dei cittadini dal ceto più umile al più alto in modo tale che i patrizi lo considerarono un console energico e i plebei abbastanza moderato. E anche nei rapporti coi tribuni ricorse alla sua autorità piuttosto che allo scontro aperto. Cinque consolati esercitati sempre nello stesso modo e tutta una vita degna di un console facevano sì che l’uomo imponesse maggiore rispetto della carica. Perciò, durante quel consolato, non si fece alcun accenno a tribuni militari.