Traduzione di Paragrafo 1, Libro 4 di Livio

Versione originale in latino


Hos secuti M. Genucius et C. Curtius consules. Fuit annus domi forisque infestus. Nam principio et de conubio patrum et plebis C. Canuleius tribunus plebis rogationem promulgavit, qua contaminari sanguinem suum patres confundique iura gentium rebantur, et mentio primo sensim inlata a tribunis ut alterum ex plebe consulem liceret fieri, eo processit deinde ut rogationem novem tribuni promulgarent, ut populo potestas esset, seu de plebe seu de patribus vellet, consules faciendi. Id vero si fieret, non volgari modo cum infimis, sed prorsus auferri a primoribus ad plebem summum imperium credebant. Laeti ergo audiere patres Ardeatium populum ob iniuriam agri abiudicati descisse, et Veientes depopulatos extrema agri Romani, et Volscos Aequosque ob communitam verruginem fremere; adeo vel infelix bellum ignominiosae paci praeferebant. His itaque in maius etiam acceptis, ut inter strepitum tot bellorum conticescerent actiones tribuniciae, dilectus haberi, bellum armaque vi summa apparari iubent, si quo intentius possit quam T. Quinctio consule apparatum sit. Tum C. Canuleius, pauca in senatu vociferatus, nequiquam territando consules avertere plebem a cura novarum legum, nunquam eos se vivo dilectum habituros, antequam ea quae promulgata ab se collegisque essent plebes scivisset, confestim ad contionem advocavit.

Traduzione all'italiano


A questi uomini successero i consoli Marco Genucio e Gaio Curzio. Fu un anno difficile, sia in patria sia fuori. Infatti, all’inizio dell’anno, il tribuno della plebe Gaio Canuleio presentò una proposta di legge sul matrimonio tra patrizi e plebei, con la quale i patrizi pensavano si contaminasse il loro sangue e si sovvertissero i diritti gentilizi. Inoltre, fu suggerita - prima molto cautamente da parte dei tribuni - un’altra proposta in base alla quale sarebbe stato lecito che uno dei consoli fosse di estrazione plebea. Ma la cosa prese in séguito una tale consistenza da spingere ben nove tribuni a presentare una proposta di legge che garantiva al popolo la facoltà di nominare i consoli scegliendoli sia fra la plebe, sia tra i patrizi. E questi ultimi credevano che, se ciò fosse accaduto, non solo alla più alta carica avrebbero avuto accesso i più infimi, ma essa sarebbe stata del tutto tolta agli aristocratici per affidarla ai plebei. Perciò fu per i patrizi un grande sollievo sentire che il popolo di Ardea si era ribellato per l’infamia con la quale gli era stata portata via la terra, che i Veienti avevano messo a ferro e fuoco le campagne alla frontiera romana e che Volsci ed Equi stavano fremendo per la fortezza di Verrugine: i patrizi preferivano una guerra dall’esito magari funesto a una pace vergognosa. Perciò, esagerando ancor più queste notizie - per far cessare, nell’agitazione di tante guerre, le iniziative dei tribuni -, ordinano di organizzare le leve e di preparare la guerra e le armi, con il massimo impegno e, se possibile, con ancor maggiore sollecitudine di quella con cui erano state preparate sotto il console Tito Quinzio. Allora Gaio Canuleio, in poche frasi, dice ai senatori che i consoli, continuando a spaventare senza motivo, non sarebbero riusciti, né a distogliere la plebe dal pensiero delle nuove leggi, né a realizzare, finché lui era vivo, la leva militare, almeno non prima che la plebe avesse espresso il proprio voto sulle proposte di legge presentate da lui e dai suoi colleghi. Detto questo, convocò súbito l’assemblea.