Traduzione di Paragrafo 37 - Prodigi infausti e riti per placare l’ira degli dei, Libro 36 di Livio

Versione originale in latino


Principio eius anni, quo haec iam profecto ad bellum M'. Acilio, manente adhuc Romae P. Cornelio consule agebantur, boves duos domitos in Carinis per scalas pervenisse in tegulas aedificii proditum memoriae est. Eos vivos comburi cineremque eorum deici in Tiberim haruspices iusserunt. Tarracinae et Amiterni nuntiatum est aliquotiens lapidibus pluvisse, Menturnis aedem Iovis et tabernas circa forum de caelo tactas esse, Volturni in ostio fluminis duas naves fulmine ictas conflagrasse. Eorum prodigiorum causa libros Sibyllinos ex senatus consulto decemviri cum adissent, renuntiaverunt, ieiunium instituendum Cereri esse, et id quinto quoque anno servandum; et ut novemdiale sacrum fieret et unum diem supplicatio esset; coronati supplicarent; et consul P. Cornelius, quibus diis quibusque hostiis edidissent decemviri, sacrificaret. Placatis diis nunc votis rite solvendis nunc prodigiis expiandis, in provinciam proficiscitur consul, atque inde Cn. Domitium proconsulem dimisso exercitu Romam decedere iussit; ipse in agrum Boiorum legiones induxit.

Traduzione all'italiano


All’inizio di quell'anno, in cui avvenivano questi fatti, quando Manio Acilio era già partito per la guerra, mentre ancora restava a Roma il console Publio Cornelio, si tramandò che a Carine due buoi domestici erano saliti attraverso delle scale sul tetto di un edificio. Gli aruspici dettero ordine che questi fossero bruciati vivi e che le loro ceneri venissero gettate nel Tevere. Si riferì che a Terracina ed Amiterno c’era stata alcune volte una pioggia di pietre, a Minturno il tempio di Giove e le botteghe intorno al foro erano state colpite da fulmini, alla foce del fiume Volturno due navi in conseguenza di un colpo di fulmine erano bruciate. Dopo che i decemviri per deliberazione del senato avevano consultato i libri sibillini in merito a quei prodigi, proclamarono che occorreva stabilire un digiuno in onore di Cerere e che esso si doveva continuare ogni quattro anni e che si doveva celebrare una cerimonia di nove giorni e la supplica doveva durare un solo giorno; chi la rivolgeva fosse incoronato e il console Publio Cornelio sacrificasse a quegli dei e con quelle vittime stabilite dai decemviri. Una volta placati gli dei ora collo sciogliere i voti secondo il rito ora con lo scongiurare gli effetti dei prodigi attraverso cerimonie di espiazione, il console partì per la provincia e da là congedato l’esercito ordinò al proconsole Caio Domizio di tornare a Roma. Lui per parte sua guidò le legioni nel territorio dei Boi.

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