Traduzione di Paragrafo 69, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Raro alias tribuni popularis oratio acceptior plebi quam tunc severissimi consulis fuit. Iuventus quoque, quae inter tales metus detractationem militiae telum acerrimum adversus patres habere solita erat, arma et bellum spectabat. Et agrestium fuga spoliatique in agris et volnerati, foediora iis quae subiciebantur oculis nuntiantes, totam urbem ira implevere. In senatum ubi ventum est, ibi vero in Quinctium omnes versi ut unum vindicem maiestatis Romanae intueri, et primores patrum dignam dicere contionem imperio consulari, dignam tot consulatibus ante actis, dignam vita omni, plena honorum saepe gestorum, saepius meritorum. Alios consules aut per proditionem dignitatis patrum plebi adulatos aut acerbe tuendo iura ordinis asperiorem domando multitudinem fecisse: T. Quinctium orationem memorem maiestatis patrum concordiaeque ordinum et temporum in primis habuisse. Orare eum collegamque ut capesserent rem publicam; orare tribunos ut uno animo cum consulibus bellum ab urbe ac moenibus propulsari vellent plebemque oboedientem in re tam trepida patribus praeberent; appellare tribunos communem patriam auxiliumque eorum implorare vastatis agris, urbe prope oppugnata. Consensu omnium dilectus decernitur habeturque. Cum in contione pronuntiassent tempus non esse causas cognoscendi, omnes iuniores postero die prima luce in campo Martio adessent; cognoscendis causis eorum qui nomina non dedissent bello perfecto se daturos tempus; pro desertore futurum, cuius non probassent causam; - omnis iuventus adfuit postero die. Cohortes sibi quaeque centuriones legerunt; bini senatores singulis cohortibus praepositi. Haec omnia adeo mature perfecta accepimus ut signa, eo ipso die a quaestoribus ex aerario prompta delataque in campum, quarta diei hora mota ex campo sint, exercitusque novus, paucis cohortibus veterum militum voluntate sequentibus, manserit ad decimum lapidem. Insequens dies hostem in conspectum dedit, castraque ad Corbionem castris sunt coniuncta. Tertio die, cum ira Romanos, illos, cum totiens rebellassent, conscientia culpae ac desperatio inritaret, mora dimicandi nulla est facta.

Traduzione all'italiano


Raramente, in altre occasioni, il discorso di un tribuno popolare ebbe presso la plebe un'accoglienza più entusiastica di quella toccata allora alla durissima requisitoria del console. Perfino i giovani, che in situazioni così critiche avevano di solito nella renitenza alla leva l'arma più affilata contro il patriziato, guardavano invece con impazienza alle armi e alla guerra. E siccome i contadini fuggiti dopo essere stati depredati e feriti mentre si trovavano nella campagna riferivano di atrocità ben più gravi di quelle che erano sotto gli occhi, un'ondata di sdegno travolse l'intera città. Quando si riunì il senato, a dir la verità tutti si voltarono verso Quinzio, guardandolo come il solo vendicatore della maestà di Roma. I senatori più autorevoli dichiararono che il suo discorso era stato all'altezza dell'autorità consolare, degno cioè dei molti consolati detenuti in passato e dell'intera sua vita, che era stata piena di riconoscimenti a lui spesso tributati e anche più spesso da lui meritati. Altri consoli avevano in passato o adulato la plebe tradendo la dignità dei senatori oppure, insistendo in un'accanita difesa dei diritti della loro classe, avevano esasperato la massa cercando a tutti i costi di soggiogarla; nel suo discorso Tito Quinzio aveva tenuto conto della dignità dei senatori, della concordia tra le classi e - soprattutto - della situazione di fatto. Implorarono lui e il suo collega di prendere in mano le redini dello Stato e pregarono i tribuni di predisporsi ad agire di conserva con i consoli, nel tentativo di allontanare la guerra dalle mura di Roma, supplicandoli anche di fare in modo che in circostanze così allarmanti la plebe accettasse di obbedire ai senatori. Dissero inoltre che la patria comune, vedendo le devastazioni nelle campagne e la città quasi stretta d'assedio, si rivolgeva ai tribuni invocandone l'aiuto. All'unanimità venne quindi decretata e sùbito messa in pratica la leva militare. Di fronte all'assemblea i consoli proclamarono che non c'era tempo per valutare i motivi per esentare dal servizio, e dunque i più giovani - nessuno escluso - dovevano presentarsi in campo Marzio all'alba del giorno successivo; solo a guerra finita si sarebbe trovato il tempo di valutare la giustificazione di chi non era andato ad arruolarsi; e quanti avessero addotto delle motivazioni poi giudicate non sufficientemente valide avrebbero ricevuto il trattamento riservato ai disertori. Il giorno successivo tutti i giovani si presentarono. Ciascuna coorte si scelse autonomamente i propri centurioni e due senatori vennero posti al comando di ognuna di esse. Ho trovato che questi preparativi furono portati a termine così rapidamente che, nel corso di quella stessa giornata, le insegne furono prelevate dai questori nell'erario, trasferite in Campo Marzio e di là, alla quarta ora del giorno si misero in movimento. E il nuovo esercito, scortato volontariamente da poche coorti di veterani, alla sera si accampò a dieci miglia da Roma. Il giorno successivo venne avvistato il nemico, e gli accampamenti vennero a trovarsi uno a ridosso dell'altro, nei pressi di Corbione. Il terzo giorno, dato che i Romani erano in preda alla rabbia e gli altri - che si erano già più volte ribellati - consci delle proprie colpe e disperati, nessuno tentò di ritardare in alcun modo la battaglia.