Traduzione di Paragrafo 61, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Consul ex altera parte Romanos meminisse iubebat illo die primum liberos pro libera urbe Romana pugnare, sibimet ipsis victuros, non ut decemvirorum victores praemium essent. Non Appio duce rem geri, sed consule Valerio, ab liberatoribus populi Romani orto, liberatore ipso. Ostenderent prioribus proeliis per duces non per milites stetisse ne vincerent. Turpe esse contra cives plus animi habuisse quam contra hostes et domi quam foris servitutem magis timuisse. Unam Verginiam fuisse cuius pudicitiae in pace periculum esset, unum Appium civem periculosae libidinis; at si fortuna belli inclinet, omnium liberis ab tot milibus hostium periculum fore; nolle ominari quae nec Iuppiter nec Mars pater passuri sint iis auspiciis conditae urbi accidere. Aventini Sacrique montis admonebat, ut ubi libertas parta esset paucis ante mensibus, eo imperium inlibatum referrent, ostenderentque eandem indolem militibus Romanis post exactos decemviros esse quae ante creatos fuerit, nec aequatis legibus imminutam virtutem populi Romani esse. Haec ubi inter signa peditum dicta dedit, avolat deinde ad equites. 'Agite, iuvenes' inquit, 'praestate virtute peditem ut honore atque ordine praestatis. Primo concursu pedes movit hostem; pulsum vos immissis equis exigite e campo. Non sustinebunt impetum, et nunc cunctantur magis quam resistunt'. Concitant equos permittuntque in hostem pedestri iam turbatum pugna, et perruptis ordinibus elati ad novissimam aciem, pars libero spatio circumvecti, iam fugam undique capessentes plerosque a castris avertunt praeterequitantesque absterrent. Peditum acies et consul ipse visque omnis belli fertur in castra, captisque cum ingenti caede, maiore praeda potitur. Huius pugnae fama perlata non in urbem modo sed in Sabinos ad alterum exercitum, in urbe laetitia modo celebrata est, in castris animos militum ad aemulandum decus accendit. Iam Horatius eos excursionibus sufficiendo proeliisque levibus experiundo adsuefecerat sibi potius fidere quam meminisse ignominiae decemvirorum ductu acceptae, parvaque certamina in summam totius profecerant spei. Nec cessabant Sabini, feroces ab re priore anno bene gesta, lacessere atque instare, rogitantes quid latrocinii modo procursantes pauci recurrentesque tererent tempus et in multa proelia parvaque carperent summam unius belli? Quin illi congrederentur acie inclinandamque semel fortunae rem darent?

Traduzione all'italiano


Il console, dall'altra parte, invitava i Romani a ricordarsi che quel giorno, per la prima volta, combattevano da liberi per una libera Roma e che avrebbero vinto per se stessi, e non per essere, da vincitori, il premio dei decemviri. Alla loro testa non c'era Appio, bensì il console Valerio, discendente da uomini che avevano liberato Roma e lui stesso liberatore. Che dimostrassero quindi come gli insuccessi nelle precedenti battaglie fossero dovuti all'imperizia dei comandanti e non a quella dei soldati. Sarebbe stato vergognoso aver dimostrato più coraggio contro i concittadini che contro il nemico, e aver temuto più la schiavitù interna che quella proveniente dall'esterno. In tempo di pace era toccato alla sola Verginia veder minacciata la propria castità, così come Appio era stato il solo cittadino la cui libidine avesse costituito una minaccia. Se però la guerra avesse preso una brutta piega, allora il pericolo per i figli di tutti sarebbe venuto da molte migliaia di nemici. Ma non voleva presagire cose che né Giove né il padre Marte avrebbero permesso in una città fondata con simili auspici. Ricordando loro l'Aventino e il monte Sacro, li invitava a riportare intatto il potere là dove pochi mesi prima era nata la libertà, a dimostrare che nei soldati romani, dopo la cacciata dei decemviri, c'era l'identica tempra di prima che i decemviri venissero eletti e, infine, che il valore del popolo romano non era diminuito con l'uguaglianza dei diritti. Dopo aver pronunciato queste parole, circondato dai vessilli della fanteria, volò verso i cavalieri e disse loro: "Avanti, giovani, cercate di superare i fanti in atti di valore, così come già li superate nel grado militare e nel ceto sociale. Al primo scontro la fanteria ha costretto i nemici a retrocedere. Adesso tocca a voi: caricateli coi cavalli e spazzateli via dal campo. Non reggeranno l'urto, visto che anche ora temporeggiano più che resistere." Quelli spronano i cavalli, li lanciano contro i nemici, già stravolti dallo scontro con i fanti, sfondano le linee e avanzano fino alla retroguardia: una parte di loro aggira i nemici in campo aperto, impedisce il ritorno all'accampamento al grosso degli Equi e dei Volsci che già fuggiva da ogni parte e, cavalcando davanti a loro, li respinge e li tiene lontani. La fanteria e il console, con tutte le forze a disposizione, irrompono nell'accampamento e lo conquistano, seminando la morte e portandosi via un grande bottino. La notizia di questa vittoria arrivò non solo a Roma, ma anche all'altro esercito impegnato in territorio sabino: in città fu celebrata con esplosioni di gioia, nell'accampamento accese gli animi dei soldati, spingendoli a emulare quelle gesta gloriose. Orazio, mettendoli alla prova con incursioni improvvise e scaramucce di poco peso, li aveva abituati ad avere fiducia in se stessi, a dimenticare le ignominie subite sotto il comando dei decemviri. E quei piccoli scontri avevano riacceso in loro la speranza di avere la meglio nello scontro finale. Ma neppure i Sabini, imbaldanziti dal successo dell'anno precedente, lesinavano le provocazioni e le minacce. Soprattutto si domandavano perché mai i Romani perdessero tutto quel tempo in modeste incursioni e ritirate, degne di ladruncoli, e spezzassero tutta la guerra in una serie di scaramucce. Perché non scendevano a combattere in campo aperto, lasciando che la sorte decidesse una volta per tutte a chi doveva andare la vittoria?