Traduzione di Paragrafo 31, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Deinde M. Valerius Sp. Verginius consules facti. Domi forisque otium fuit; annona propter aquarum intemperiem laboratum est. De Aventino publicando lata lex est. Tribuni plebis iidem refecti. Hi sequente anno, T. Romilio C. Veturio consulibus, legem omnibus contionibus suis celebrant: pudere se numeri sui nequiquam aucti, si ea res aeque suo biennio iaceret ac toto superiore lustro iacuisset. Cum maxime haec agerent, trepidi nuntii ab Tusculo veniunt Aequos in agro Tusculano esse. Fecit pudorem recens eius populi meritum morandi auxilii. Ambo consules cum exercitu missi hostem in sua sede, in Algido inveniunt. Ibi pugnatum. Supra septem milia hostium caesa, alii fugati; praeda parta ingens. Eam propter inopiam aerarii consules vendiderunt. Invidiae tamen res ad exercitum fuit, eademque tribunis materiam criminandi ad plebem consules praebuit. Itaque ergo, ut magistratu abiere, Sp. Tarpeio A. Aternio consulibus dies dicta est Romilio ab C. Calvio Cicerone tribuno plebis, Veturio ab L. Alieno aedile plebis. Uterque magna patrum indignatione damnatus, Romilius decem milibus aeris, Veturius quindecim. Nec haec priorum calamitas consulum segniores novos fecerat consules. Et se damnari posse aiebant, et plebem et tribunos legem ferre non posse. Tum abiecta lege quae promulgata consenuerat, tribuni lenius agere cum patribus: finem tandem certaminum facerent. Si plebeiae leges displicerent, at illi communiter legum latores et ex plebe et ex patribus, qui utrisque utilia ferrent quaeque aequandae libertatis essent, sinerent creari. Rem non aspernabantur patres; daturum leges neminem nisi ex patribus aiebant. Cum de legibus conveniret, de latore tantum discreparet, missi legati Athenas Sp. Postumius Albus A. Manlius P. Sulpicius Camerinus, iussique inclitas leges Solonis describere et aliarum Graeciae civitatium instituta mores iuraque noscere.

Traduzione all'italiano


Vennero in séguito eletti consoli Marco Valerio e Spurio Verginio. La situazione si mantenne tranquilla in città e all'estero. Ci furono però problemi di approvvigionamento alimentare dovuti all'eccesso di piogge. Venne approvata una legge sull'apertura dell'Aventino all'insediamento privato. I tribuni della plebe furono riconfermati in carica. L'anno successivo, sotto il consolato di Tito Romilio e Gaio Veturio, in tutti i comizi tenuti non perdevano occasione per riportare il discorso sul tema della legge. Dicevano che si sarebbero vergognati dell'aumento di effettivi assegnato alla loro magistratura, se la legge durante il biennio del mandato avesse continuato a dormire com'era successo nei cinque anni precedenti. Mentre perseguivano questo scopo con determinazione, arrivano da Tuscolo dei messaggeri che in preda all'agitazione annunciano la presenza di Equi nel territorio di Tuscolo. Per le recenti benemerenze di quel popolo si ebbe ritegno a ritardare gli aiuti. Inviati entrambi i consoli con un esercito, essi trovarono il nemico nel suo solito alloggiamento sul monte Algido. Lo scontro avvenne lì. Più di 7.000 nemici furono uccisi, gli altri messi in fuga. L'ingente bottino, per le pessime condizioni finanziarie del paese, fu posto all'incanto dai consoli. La cosa creò tuttavia malcontento nelle file dell'esercito, fornendo così ai tribuni materia per accusare i consoli di fronte alla plebe. Per questo, quando allo scadere del loro mandato divennero consoli Spurio Tarpeio e Aulo Aternio, Romilio e Veturio vennero trascinati in tribunale rispettivamente dal tribuno della plebe Gaio Calvio Cicerone e dall'edile della plebe Lucio Alieno. Con grande indignazione dei patrizi, furono entrambi condannati a pene pecuniarie: Romilio a 10.000 assi e Veturio a 15.000. La disavventura dei predecessori non aveva comunque affievolito l'energia dei nuovi consoli: sostenevano che avrebbero sì potuto subire una condanna, ma di certo i tribuni e la plebe non sarebbero riusciti a far passare la legge. I tribuni, lasciata da parte la legge che a forza di essere presentata aveva ormai perso tutto il suo potere d'urto, adottarono maggiore moderazione nei confronti dei patrizi, invitandoli a porre fine agli scontri. Se le leggi proposte dai plebei non andavano a genio ai patrizi, questi avrebbero dovuto almeno consentire l'elezione collegiale di legislatori provenienti sia dalla plebe sia dal patriziato, in maniera tale che le proposte risultassero vantaggiose per entrambe le parti e assicurassero una pari libertà. I patrizi non disprezzavano l'iniziativa, ma sostenevano che le leggi non le poteva presentare nessuno che non fosse patrizio. Siccome c'era accordo sulle leggi, ma non su chi doveva proporle, vennero inviati ad Atene Spurio Postumio Albo, Aulo Manlio e Publio Sulpicio Camerino con l'ordine di trascrivere le celebri leggi di Solone e di studiare a fondo le istituzioni, i costumi e i principi giuridici delle altre città greche.