Traduzione di Paragrafo 25, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


L. Minucius inde et C. Nautius consules facti duas residuas anni prioris causas exceperunt. Eodem modo consules legem, tribuni iudicium de Volscio impediebant; sed in quaestoribus novis maior vis, maior auctoritas erat. Cum M. Valerio Mani filio Volesi nepote quaestor erat T. Quinctius Capitolinus qui ter consul fuerat. Is, quoniam neque Quinctiae familiae Caeso neque rei publicae maximus iuvenum restitui posset, falsum testem qui dicendae causae innoxio potestatem ademisset, iusto ac pio bello persequebatur. Cum Verginius maxime ex tribunis de lege ageret, duum mensum spatium consulibus datum est ad inspiciendam legem ut cum edocuissent populum quid fraudis occultae ferretur, sinerent deinde suffragium inire. Hoc intervalli datum res tranquillas in urbe fecit. Nec diuturnam quietem Aequi dederunt, qui rupto foedere quod ictum erat priore anno cum Romanis, imperium ad Gracchum Cloelium deferunt; is tum longe princeps in Aequis erat. Graccho duce in Labicanum agrum, inde in Tusculanum hostili populatione veniunt, plenique praedae in Algido castra locant. In ea castra Q. Fabius, P. Volumnius, A. Postumius legati ab Roma venerunt questum iniurias et ex eo foedere res repetitum. Eos Aequorum imperator, quae mandata habeant ab senatu Romano, ad quercum iubet dicere; se alia interim acturum. Quercus ingens arbor praetorio imminebat, cuius umbra opaca sedes erat. Tum ex legatis unus abiens 'et haec' inquit, 'sacrata quercus et quidquid deorum est audiant foedus a vobis ruptum, nostrisque et nunc querellis adsint et mox armis, cum deorum hominumque simul violata iura exsequemur.' Romam ut rediere legati, senatus iussit alterum consulem contra Gracchum in Algidum exercitum ducere, alteri populationem finium Aequorum provinciam dedit. Tribuni suo more impedire dilectum, et forsitan ad ultimum impedissent; sed novus subito additus terror est.

Traduzione all'italiano


Lucio Minucio e Gaio Nauzio, eletti consoli, ricevettero in eredità le due questioni lasciate in sospeso l'anno precedente. Come già successo in passato, i consoli cercavano di insabbiare la legge e i tribuni il processo a carico di Volscio. Ma i nuovi questori erano uomini di tutt'altro temperamento e influenza. Collega del questore Marco Valerio, figlio di Manio e nipote di Voleso, era Tito Quinzio Capitolino, già tre volte console in passato. Questi, non potendo restituire Cesone alla famiglia, né un giovane così eccezionalmente dotato al paese, si era impegnato in una guerra giusta e sacrosanta contro il falso testimone che aveva impedito a un innocente di perorare la propria causa. Mentre fra i tribuni soprattutto Verginio si impegnava di più per quella legge, ai consoli vennero dati due mesi di tempo per esaminarla in maniera tale che, dopo aver spiegato alla gente quali insidie nascondeva, potessero dare il via alle operazioni di voto. La concessione di questo intervallo riportò la calma in città. Ma gli Equi non lasciarono che la pace durasse troppo a lungo: violando infatti il trattato stipulato coi Romani l'anno precedente, affidano il comando a Gracco Clelio, allora la personalità di gran lunga più in vista tra gli Equi. Guidati da Gracco, invadono e saccheggiano senza pietà prima la zona di Labico e quindi quella di Tuscolo, per poi andarsi ad accampare, carichi del bottino, sull'Algido. Da Roma giunsero in quel campo in qualità di inviati Quinto Fabio, Publio Volumnio e Aulo Postumio per chiedere ragione delle offese arrecate e per pretendere, come previsto dal trattato, la restituzione di quanto razziato. Ma il comandante degli Equi intimò loro di andare a riferire alla quercia qualunque messaggio avessero ricevuto dal senato di Roma nel mentre egli si sarebbe occupato d'altro. Un'enorme quercia sovrastava il pretorio che aveva sede sotto la sua densa ombra. Allora uno dei legati, ormai sul punto di andarsene, disse: "Che questa quercia sacra e le presenze divine del luogo - qualunque esse siano - sentano che siete stati voi a violare il trattato. Possano essere favorevoli ora alle nostre lamentele e presto alle nostre armi, quando vendicheremo la vostra contemporanea violazione dei diritti divini e umani." Quando gli ambasciatori rientrarono a Roma, il senato ordinò che uno dei consoli guidasse l'esercito sull'Algido, contro Gracco, mentre all'altro diede l'incarico di mettere a ferro e fuoco il territorio degli Equi. I tribuni, com'era ormai loro abitudine, si misero a ostacolare la leva. E questa volta ce l'avrebbero quasi fatta se non fosse sopraggiunto all'improvviso un nuovo e inquietante allarme.