Traduzione di Paragrafo 21, Libro 3 di Livio

Versione originale in latino


Senatus in Capitolio erat; eo tribuni cum perturbata plebe veniunt. Multitudo clamore ingenti nunc consulum, nunc patrum fidem implorant; nec ante moverunt de sententia consulem quam tribuni se in auctoritate patrum futuros esse polliciti sunt. Tunc referente consule de tribunorum et plebis postulatis senatus consulta fiunt ut neque tribuni legem eo anno ferrent neque consules ab urbe exercitum educerent; in reliquum magistratus continuari et eosdem tribunos refici iudicare senatum contra rem publicam esse. Consules fuere in patrum potestate: tribuni reclamantibus consulibus refecti. Patres quoque, ne quid cederent plebi, et ipsi L. Quinctium consulem reficiebant. Nulla toto anno vehementior actio consulis fuit. 'Mirer' inquit, 'si vana vestra, patres conscripti, auctoritas ad plebem est? Vos elevatis eam quippe qui, quia plebs senatus consultum continuandis magistratibus solvit, ipsi quoque solutum voltis, ne temeritati multitudinis cedatis, tamquam id sit plus posse in civitate, plus levitatis ac licentiae habere. Levius enim vaniusque profecto est sua decreta et consulta tollere quam aliorum. Imitamini, patres conscripti, turbam inconsultam, et qui exemplo aliis esse debetis, aliorum exemplo peccate potius quam alii vestro recte faciant, dum ego ne imiter tribunos nec me contra senatus consultum consulem renuntiari patiar. Te vero, C. Claudi, adhortor ut et ipse populum Romanum hac licentia arceas, et de me hoc tibi persuadeas me ita accepturum ut non honorem meum a te impeditum, sed gloriam spreti honoris auctam, invidiam quae ex continuato eo impenderet levatam putem.' Communiter inde edicunt ne quis L. Quinctium consulem faceret; si quis fecisset, se id suffragium non observaturos.

Traduzione all'italiano


Il senato si trovava in Campidoglio. Qui viene raggiunto dai tribuni e dalla plebe in preda all'agitazione. Con un coro di voci disordinate, la moltitudine implora la protezione ora dei consoli, ora dei senatori. Ma non riuscirono a distogliere il console dal suo fermo proposito, prima che i tribuni avessero promesso di sottomettersi in futuro all'autorità dei senatori. Dopo che il console ebbe riferito le richieste dei tribuni e della plebe, il senato stabilì che i tribuni quell'anno non avrebbero ripresentato la legge, e che i consoli non avrebbero guidato un esercito fuori dalla città. Inoltre, per quanto concerneva i giorni a venire, il senato giudicò dannoso per lo Stato che le magistrature potessero essere prolungate nel tempo e che gli stessi tribuni venissero rieletti. I consoli si piegarono all'autorità dei senatori, ma i tribuni, nonostante le proteste dei consoli, furono rieletti. Anche i patrizi, per non fare alcuna concessione alla plebe, desideravano il rinnovo della magistratura a Lucio Quinzio, che pronunciò un discorso di una durezza mai dimostrata in nessun'altra occasione nell'intero arco dell'anno. "E io dovrei stupirmi," disse Quinzio, "o senatori, se il vostro potere non ha alcuna efficacia sulla plebe? Ma se siete voi che lo screditate quando, di fronte alla plebe che viola il decreto senatoriale sul prolungamento delle magistrature, vi mettete anche voi a violarlo per tener dietro all'impudenza della folla, come se l'essere più incostanti o l'agire in maniera più arbitraria nei confronti della legge significasse gestire maggiore potere all'interno della città. Infatti è certo un comportamento più irresponsabile e stupido violare i propri decreti e le proprie risoluzioni piuttosto che quelli degli altri. Imitate pure, o senatori, la folla inconsulta e, anche se dovreste essere voi d'esempio agli altri, continuate a sbagliare adeguandovi all'esempio altrui, invece di far sì che gli altri operino rettamente seguendo il vostro. Io però, se non vi spiace, non ho intenzione di imitare i tribuni né di farmi rieleggere console contro la volontà del senato. Quanto a te, Gaio Claudio, ti esorto affinché tu faccia il possibile per liberare il popolo romano dal dilagare dell'arbitrio e ti prego di credere che, per quanto mi riguarda, non sei stato un ostacolo alla mia carica, ma hai contribuito a incrementare il peso del mio rifiuto e che, così facendo, l'impopolarità destinata a seguire l'eventuale rinnovo della magistratura ora non rappresenta più un rischio." Quindi, di comune accordo, decretano che nessuno voti Lucio Quinzio come console. Se qualcuno l'avesse fatto, non avrebbero tenuto conto di quel voto.